Sussurri e grida. Rari silenzi cantatori in cui avverti solo il rumore ritmato del mare e week-end spaccatimpani con la città sparata a tutto volume, giusta la disastrosa posizione in classifica (non solo calcistica) che ci piazzerebbe tra le metropoli più assordanti (e invivibili) del globo, a una stretta incollatura da New York, Los Angeles, Lagos, Bangkok, Città del Messico. Perché Partenope ama i crescenti rossiniani.  Pigra e bisbigliante alle prime luci del mattino, si fa arrogante e fracassona via via che scorre il giorno, per arrivare a un tripudio di strombazzamenti (e intasamenti leggendari), quando scocca l’ora canonica di tornare a casa, con la soglia dei 100 e più decibel ogni volta disinvoltamente superata, come se un eterno martello pneumatico si divertisse a strapazzare i nostri canali uditivi.

Che fare per sfuggire al Moloch sonoro pronto a fagocitarci?  Rimanere tappati in casa tra pareti a prova d’isolamento acustico o andare in giro con le cuffie alle orecchie, come quelle che usano gli astronauti per non sentire il rumore di fondo delle navicelle spaziali, mentre si aggirano tra le meraviglie del cosmo.  Il guaio che Napoli non sa che farsene del Mare della Tranquillità, preferendogli le tempeste solari o le esplosioni dei buchi neri, quelli capaci di risucchiare anche le poche oasi di silenzio a cui la “più bella città dell’universo” avrebbe diritto, non fosse altro che per sopravvivere all’ordinario caos rimbombante dei giorni dispari come dei giorni pari. Il silenzio oltretutto ha un timbro, una musica interna, una persuasione rinfrancante, che i tamburi della notte o la strapotenza percussiva dei clacson non potranno mai possedere.  Come nelle clausole struggenti della immortale canzone di Simon § Garfunkel, “The Sound of Silence”. Perché non provare ogni tanto a riascoltarla, con le cuffie o senza cuffie?