È stata la sconfitta della politica. Amarissima, incontrovertibile. Uno schiaffo alla politica. Corale, quasi rabbioso. Che oltre nove elettori su dieci si siano rifiutati di fare un salto sotto casa per mettere la scheda nell’urna è il segno della liquefazione della rappresentanza.

La conferma di una crisi della fisiologia democratica talmente grave da rompere qualunque dialettica tra elettori ed eletti. Gli elettori sono spariti. Si sono negati. Hanno fatto sentire forte la propria voce dicendo no. No alla rappresentanza. Ed è un messaggio funesto per tutti. Si dice che gli astenuti hanno sempre torto. Ma oltre una certa soglia il ragionamento non vale più. Il novanta per cento di astensione è tutta un’altra cosa. È un fatto politico di assoluta rilevanza. È l’urlo di Munch. Non è la classica “zona grigia”, l’ennesimo segnale di una generica indifferenza. È, all’opposto, un giudizio, perfino brutale, che condanna in blocco il sistema della rappresentanza democratica, i suoi improbabili leader, i suoi parlamentari, i partiti, i movimenti.

Nessuno, di fronte a una simile débâcle, ha vinto. Non c’è vittoria alle urne quando nessuno va alle urne. Non hanno vinto i pentastellati che pochi mesi fa riuscivano ancora a mobilitare grossi pezzi di opinione. Non ha vinto una destra che, curiosamente, è certa di avere in pugno città e Regione, ritenendosi l’alternativa naturale agli attuali amministratori, ma che si è visto quanto poco pesi politicamente e culturalmente a Napoli. Non ha vinto l’alleanza Pd-de Magistris, che né in aree storicamente di sinistra come Ponticelli, né in quartieri di ceto medio come il Vomero ha saputo essere attrattiva e ha potuto evitare lo tsunami dell’astensione. E, sia detto tra parentesi, non ha vinto neppure il candidato Ruotolo, che era tornato in campo come volto televisivo da tutti conosciuto, l’eroe di un giornalismo giustizialista un dì assai popolare, e che ora è stato eletto senatore, ma con una manciata appena di suffragi. Nella notte dello spoglio Ruotolo ha cantato Bella Ciao, oggi avrà di che riflettere sul tempo che passa. Il tempo evidentemente non è più quello glorioso di Santoro e di Samarcanda.

Inutile girarci attorno. Le suppletive si riassumono in una sola cifra: 9,52. Cioè la quota irrisoria dei votanti. E di fronte a questo numero maledetto, non ha senso disquisire sulle percentuali ottenute dai candidati. Rasenta il grottesco cantare vittoria dopo aver raggranellato quindicimila voti su trecentocinquantamila, anche se nella sinistra dem e nell’area demagistrisiana oggi tutti, incredibilmente, cantano vittoria. E rasenta il patetico scuotere la testa e fare mea culpa, come fa oggi una destra inadeguata, litigiosa, sradicata dal corpo della città, ininfluente. Ridere o piangere sulle scelte del dieci per cento e non sul rifiuto del novanta per cento è il segno ulteriore, se ce ne fosse bisogno, dell’inconsapevolezza o dell’impotenza di un’intera classe politica, sinistra, destra, centro. Il dito e la luna.

Eppure è questo ciò che sta accadendo e presumibilmente accadrà nelle segrete stanze della politica politicante. De Magistris si presenterà al tavolo delle trattative per palazzo Santa Lucia e per palazzo San Giacomo vantando il proprio nuovissimo senatore e facendo pesare il proprio pacchetto elettorale. Come se avesse un pacchetto elettorale. Sarracino si convincerà che il primo passo per la ricostruzione del Pd è andato in porto e che quindi bisogna insistere nella strategia del “campo largo”, cioè alleanze con partiti, movimenti e culture politiche fisiologicamente illiberali e populiste. Come se le suppletive non avessero dimostrato che M5s e DeMa sono ormai poco più che fantasmi politici. E la destra tornerà a tormentarsi sulla resurrezione dei “moderati” d’antan o sul sangue giovane (o presunto tale) dei salviniani. Come se il voto di ieri non avesse certificato l’encefalogramma piatto di quell’intera coalizione e, prima ancora, l’inesistenza di ogni coalizione. E magari tutti commissioneranno sondaggi su sondaggi, per cogliere, misurare, scotomizzare, odorare gli orientamenti dell’opinione pubblica. Come se l’opinione pubblica non avesse già detto quel che pensa di partiti, alleanze e candidati.

Ma i nostri eroi difficilmente rinsaviranno. A loro, dopotutto, cosa può importare se la democrazia rappresentativa diventa la democrazia dei piccoli numeri, la democrazia del dieci per cento, il popolo delle piattaforme tipo Rousseau, lo zoccolo duro ridotto a briciole? Cosa può importare se quasi tutto l’elettorato resta a casa? Meglio così, spenderemo meno in campagna elettorale, penseranno. L’importante, diranno, è avere un voto in più dell’avversario, fossero pure dieci voti in tutto.