Ho letto con grande interesse gli interventi di Aldo di Chio, Massimo Pica Ciamarra, Michelangelo Russo e Bruno Discepolo sulla Napoli che ha rinunciato da tempo a progettare il suo futuro, a trasformarsi per diventare più moderna, più accogliente, più sicura. Io, con migliaia di altri giovani professionisti che vivono all’estero, siamo il risultato di questa rinuncia. Forse non a tutti è chiaro questo rapporto diretto, ma è così: Napoli non progetta il suo futuro e perciò gran parte dei suoi giovani è sparsa ai quattro angoli del mondo. Un conto è la libera scelta di andare a lavorare all’estero, integrare la formazione e poi decidere di ritornare o restare; altro conto è l’espatrio di necessità.

Vivo da più di nove anni a Tokyo. Sono architetto dal 2005 ma lo faccio concretamente solo da quando sono in Giappone. A Napoli non mi è stato concesso di farlo. Dopo cinque anni di laurea e un dottorato di ricerca, nel curriculum professionale avevo molti concorsi non vinti, qualche negozietto mal pagato e arredi per amici e parenti che non mancano mai. Per curiosa coincidenza, una delle rare opportunità di esercitarmi progettualmente sul futuro di Napoli mi venne da un’iniziativa del Corriere del Mezzogiorno – allora diretto proprio da Marco Demarco – che lanciò l’idea dei progetti “utopici” per la città titolata “La fabbrica delle idee”. In quella sede, proposi un sistema di trasporto turistico in dirigibile nel golfo di Napoli.

L’occasione per un espatrio desiderato arrivò con una borsa di ricerca biennale dell’Università di Tokyo presso il laboratorio diretto da Kengo Kuma. Fu un’esperienza straordinaria, altamente formativa, fianco a fianco con uno dei maggiori architetti del mondo. Alla scadenza del biennio, decisi di restare. Tornare a Napoli per fare cosa? Cominciò un durissimo biennio di lavoro in una grande società di Ingegneria, la Nikken Sekkei, che progetta di norma in quattro continenti, Europa quasi esclusa perché, dicevano i dirigenti, lì ci sono troppi vincoli, si paga poco e i lavori durano un’infinità di tempo. Ho passato ancora tre anni a dirigere lo studio di un architetto franco-nipponico. Da un paio di anni, finalmente, riesco a fare l’architetto “in proprio” e con qualche soddisfazione.