Napoli, un tempo celebrata come città interclassista, è ormai la capitale italiana delle disuguaglianze. Scorrendo i dati della ricerca sulla “geografia sociale metropolitana”, di cui rende conto l’articolo di Emilia Missione pubblicato qui accanto, si ha la netta impressione, almeno in prima battuta, che essi confermino le considerazioni classiche del dibattito pubblico su Napoli. La più famosa di esse risale a Vincenzo Cuoco che, parlando della rivoluzione partenopea del 1799 come “rivoluzione passiva”, sottolineava le enormi diseguaglianze della “nazione napolitana”. Quest’ultima, nella sua celebre formula, appariva “divisa in due popoli, diversi per due secoli di tempo e per due gradi di clima”.

Com’è noto, la denuncia delle profonde disuguaglianze alla base della separazione drammatica tra plebe e borghesia corre come un filo rosso nel dibattito sulla questione meridionale. Per fare solo due esempi, è esattamente la denuncia di questa dualità a fondamento delle diseguaglianze che ispira tutto il discorso di Gramsci sul Mezzogiorno come “grande disgregazione sociale”; ed è ancora dalla medesima denuncia che, all’indomani della seconda guerra mondiale, prende le mosse l’analisi di Domenico Rea sulle “due Napoli”, la prima raccontata ed edulcorata dalla letteratura, la seconda invece vissuta e sofferta dal fondo del pozzo: entrambe, però, tenute insieme dalla “convivenza sfacciata del povero e del ricco”. Questa convivenza, pur non sfociando nella collaborazione tra le diverse classi sociali, su cui scommetteva l’ideologia interclassista, comportava di fatto la contaminazione, la possibilità di conoscenza reciproca, l’occasione di contatti e scambi, e perciò costituiva la premessa d’una certa mobilità sociale, sia pur relativa.

A mio parere, per capire la differenza tra ieri e oggi, occorre soffermarsi sul venir meno di questa “convivenza”. Il recente volume sulle mappe delle diseguaglianze metropolitane sottolinea che a Napoli più che altrove la convivenza tra i diseguali è praticamente scomparsa. La stratificazione sociale, nei differenti quartieri, s’è ormai irrigidita, a conferma dell’antico adagio latino “similia cum similibus saepe congregantur” (i simili spesso s’uniscono ai simili). In conseguenza di ciò, le possibilità di forme efficaci di “ascensore sociale”, affidate all’istruzione, alla militanza politica o religiosa, all’impegno sportivo, ai differenti aspetti d’una socializzazione emancipatrice, si sono molto ristrette. La stratificazione sociale dei diversi quartieri tende ad autoriprodursi. E la società appare bloccata.