Negli ultimi anni siamo stati abituati a veder celebrata l’eccellenza napoletana in diversi ambiti delle humanities e più in generale dell’espressione della creatività, dalla letteratura alle arti, ma anche allo spettacolo o, perché non dirlo?, al martellante successo mediatico degli chef stellati. Tuttavia, era da un pezzo che un discorso del genere non veniva riferito alla ricerca filosofica.

Che questa eccellenza sia oggi riconosciuta da uno storico di gran vaglia come Aldo Schiavone, anche lui d’origine napoletana, ma da decenni “emigrato” e ricco di successi internazionali (è tra gli storici italiani più tradotti nel mondo, i cui libri spaziano dall’antica Roma alle origini del diritto borghese), non va passato sotto silenzio. Leggendo il suo ultimo lavoro, dedicato alle vicissitudini della nozione di eguaglianza come principio costituivo dell’identità dell’Occidente (ne è disponibile in rete un’ampia recensione di Ezio Mauro, apparsa originariamente su Repubblica), balzano agli occhi un elemento apparentemente marginale, che incuriosisce soprattutto il lettore napoletano, ma che poi in realtà si rivela fondamentale soprattutto nelle conclusioni del libro, ed è innanzitutto il debito ricorrente nei confronti di Roberto Esposito.

Sennonché, quest’ultimo non è l’unico filosofo nostro concittadino il cui contributo risulti decisivo nell’economia generale del discorso di Schiavone sul futuro dell’eguaglianza. Nelle stesse pagine, infatti, ci s’imbatte a più riprese nel nome di Biagio de Giovanni, di cui viene valorizzato in modo particolare un libro del 2011 (Hegel e Spinoza. Dialogo sul Moderno, pubblicato da un editore a sua volta napoletano: Guida), che Schiavone non esita a definire “uno dei più grandi libri della filosofia europea degli ultimi decenni”.

C’è un elemento che per Schiavone unisce i due filosofi napoletani, ed è la possibilità di ricavare dalle loro riflessioni, per tanti aspetti diverse e discordanti, spunti utili alla comprensione del futuro. In realtà, pur partendo dalla ricostruzione dei contesi d’origine dell’idea di eguaglianza (in estrema sintesi, la sua nascita nella democrazia dell’antica Grecia, la sua connessione, nata nel diritto romano e sviluppatasi col cristianesimo, con la singolarità dell’individuo persona, e poi la sua generalizzazione attraverso il lavoro produttore di merci che è stato la grande forza di socializzazione, emancipazione ed eguagliamento nella società moderna), il saggio di Schiavone è attraversato da un’estrema sensibilità alle promesse di futuro già contenute nelle novità del presente.

E questo futuro si sta delineando sotto i nostri occhi dalla fine del XX secolo, da quando cioè – almeno in Occidente – è incominciato a scomparire (o perlomeno a perdere la sua centralità) il lavoro industriale di massa, sostituito da un lavoro puntiforme e destrutturato, che non determina eguaglianza e non crea legami sociali di massa né tantomeno stabili strutture di classe, ma che invece risulta caratterizzato dal proliferare di differenze incapaci di coalizzarsi e contare. Si realizza così un irreversibile divario tra individualità ed eguaglianza, che ha finito col rendere problematica l’identificazione tra lavoratore e cittadino (sulla quale, per esempio, nel 1948 è stata fondata la nostra stessa Costituzione).