Uno legge sulla copertina NAPOLI a caratteri cubitali, poi dà un occhio alle dimensioni del libro, quasi quattrocento pagine, e (sinceramente) la tentazione di lasciar perdere è forte. Ma sarebbe un vero peccato! Perchè si perderebbe un’avventura molto particolare. Perchè la Napoli di Claudio Corvino è un’altra cosa, un’altra Napoli. Non la città dei decumani e del Rettifilo, delle friggitorie e del Plebiscito, dei guardamacchine e dell’arte in metrò, non la città dei diavoli e del paradiso. O meglio, sì, c’è tutto questo nelle pagine di Corvino. Ma qui il lettore, sia esso il turista della domenica, o il visitatore colto, o il napoletano da sempre, viene portato in giro per strade e vicoli in (diciamo) modalità blind: a occhi chiusi. L’autore non gli racconta la Napoli che si vede, che si tocca, che si mangia, ma la Napoli che si ascolta. Gli racconta i suoni e i rumori della città. Il suo fitto, intricato, assordante, sussurrato paesaggio sonoro. Bella idea. Tutto è suono, ci ricorda Corvino, i suoni sono la nostra stessa vita, dal primo vagito di sorpresa ai lamenti attorno a un letto di morte. Non per caso l’udito è il senso che permette al feto, mentre nuota nel liquido primordiale, di cogliere il mondo esterno, il suo misterioso armeggiare, i suoi suoni per l’appunto. Non per caso è l’orecchio che ci restituisce attraverso il riverbero delle onde sonore la tridimensionalità dello spazio, ci permette di camminare in equilibrio, ci orienta. Non per caso sono i suoni e i rumori che spesso definiscono il tempo, anche la longue durée, come il battere sui ferri e sui rami delle botteghe di Rua Catalana, quel rumore del martello e dell’incudine che diventa identità di un luogo anche quando le botteghe non ci sono più. E non per caso, infine, le cronache tornano e ritornano sui grandi rumori che, nei secoli dei secoli, hanno colpito affascinato terrorizzato l’uomo. Come -nelle parole di Dione Cassio – l’Eruzione, il fatale 79 dopo Cristo, quel repentino muggire della terra e rumoreggiare del cielo, lo strepito che si alza mostruoso dal sottosuolo. I suoni hanno una genesi, una storia, un contesto, una cultura. Testimoniano luoghi ed eventi. Danno ad essi un timbro e magari una paternità indelebile. Sono suoni i disoccupati dei Banchi Nuovi in corteo, le auto che sobbalzano sui porfidi di via Nicotera, una mareggiata a Mergellina, i ragazzi con i tamburi di piazza del Gesù, l’inesausto antico commercio tra piazza Mercato e porta Capuana. Ed è suono l’atmosfera assorta di una spiaggia di Procida in inverno. Persone, accadimenti, usanze, riti segnano il territorio con la loro sonorità. Un puzzle fitto di messaggi che l’orecchio non può non cogliere. Napoli è sempre sonorità, fossero pure le cantilene dei venditori girovaghi sulle funicolari, le grida dai banchi dei mercati all’aperto, gli imbonitori che ti seguono come ombre, o pure “l’acciottolio di tazzine e bicchieri” che viene dai caffè, la musica a palla dei Quartieri Spagnoli come una discoteca a cielo aperto, e poi il mare, i rumori della risacca come risate, le onde che si infrangono sulla spiaggia della Rotonda Diaz, quei piccoli flutti di acqua salata che incredibilmente trionfano sul chiasso di via Caracciolo. Basta tendere l’orecchio. A Napoli tutti parlano, dialetti stratificati in secoli di dominazioni straniere, idiomi migranti, cingalesi al telefono cellulare. Anche gli uccelli, le cinciallegre che cantano più forte per farsi sentire nel traffico automobilistico, gli usignoli che cantano di notte quando i rumori sono meno invadenti. E cantano le balene, i delfini, i capodogli, tutt’altro che muti come pesci. È un universo ricchissimo, quello della sonorità napoletana. Ha inizio, se proprio vogliamo trovarne uno, quando il grande tuono segnò la nascita dei Campi Flegrei. Ma poi arriva oggi nelle case delle famiglie, ci segue e ci perseguita. Sono anche i crepitii notturni del mobilio vecchio che portano i messaggi paurosi o protettivi dei munacielli. Le miccette sparate dai ragazzi all’approssimarsi del Capodanno. I colpi a raffica delle stese. Un mondo che esclude il silenzio. Il silenzio è precario, è una sorpresa, dice Corvino, è il crocchio di persone che inusitatamente si zittisce, è il telefono che curiosamente non squilla. È questo il canovaccio, questi alcuni minimi esempi del libro di Corvino. Al lettore non resta che immergersi nelle sue pagine. Tornerà in strade, piazze, ricorrenze, che conosce bene, ma scoprirà quel che aveva mille volte udito e mai ascoltato, cioè l’intera città, la sua vicenda lunghissima. Potrà dipanare l’indistinto sonoro in una selva di significati vividi o allusivi. C’è molta letteratura, storia, antropologia e naturalmente molta musicologia in questa guida al paesaggio sonoro di Napoli. Ma la straripante messe di racconti e citazioni è filtrata da una scrittura lieve e attenta al tempo stesso, scanzonata ed empatetica, impressionistica e riflessiva, che alterna colorite spiegazioni per profani e accurate puntualizzazioni per gli specialisti, ardite citazioni di nicchia e rimandi pop. Una sorta di flusso di coscienza, che non è del tutto narrazione e non è del tutto saggistica. Del resto il tema è fluido. I suoi confini sono poco definiti e poco dogmatici. Suono, rumore, già questa distinzione è difficilmente sostenibile. Per non dire di quei suoni che diventano musica, la nostra amata musica. Ma poi cosa è musica e cosa non lo è? Un camion che passa è musica? Così si chiedeva John Cage nel 1958.