La criminalità minorile a Napoli è ormai cresciuta in maniera preoccupante e tutti dicono che per batterla ci vuole più scuola, perché è la scuola che può formare le coscienze e indicare la strada per discernere tra diritti e doveri e mediare tra le necessità dell’io e il benessere dell’altro. È la scuola, insomma, che insegna la socializzazione. Ma, se questo è vero, e crediamo sia vero,allora dobbiamo cominciare dall’inizio, perché è dai primi momenti di vita che si impara ad avere fiducia e si capisce il mondo attraverso gli occhi degli altri. Perciò, se proprio si vuole parlare della funzione sociale della scuola, bisogna iniziare ad occuparsi degli asili nido che sono i primi a svolgerla. Ma in Campania quanti asili nido ci sono? E a Napoli? Ebbene, l’ultimo rapporto Istat del 2019 certifica una carenza nazionale di agenzie educative per bambini della fascia di età 0-3 anni.

In tutto il territorio, a fronte di una percentuale del 33% richiesta dal Consiglio europeo (rapporto 2002), ci si attesta ad un misero 24%. Ma, mentre le realtá settentrionali sono al di sopra di questa soglia, quelle meridionali non arrivano neanche alla metà. Tra l’Emilia che è al 52% e la Campania al 7,6 (3,6 asili pubblici e 4% quelli privati) non c’è un semplice gap, ma un abisso. Se poi pensiamo che il comune di Torre del Greco si ferma al 2,4% non c’è da stare allegri. Save the Children, rimarcando questo primato negativo della Campania dice: «A Napoli solo 8 bambini su cento vengono accolti negli istituti pubblici e nei servizi per la prima infanzia». E, secondo Openpolis confrontando i dati delle cinque città campane, Napoli è indietro anche a Salerno (11%) e Benevento (9,10%) e al passo con Avellino. Solo Caserta riesce a fare peggio: 5,7%. Ma Napoli è avanti con la criminalità delle baby gang ed è avanti con l’abbandono scolastico.

È lecito chiedersi se vi sia una correlazione tra questi “primati” e il dato sugli asili? È lecito chiedersi se la carenza di asili pubblici, che in tutte le città provoca disagi per le famiglie, a Napoli comporti anche un vuoto educativo, un vuoto nel quale spesso fluttuano i successivi passaggi formativi senza riuscire a mettere radici profonde? Perché è tra 0 e 3 anni che il bambino sperimenta i primi reali scambi e scontri tra il suo modo di vivere e quello degli altri, è proprio in quei tre anni che comincia a costruire intorno a sé delle reti e degli strumenti di controllo della realtà quotidiana. Nell’ultimo rapporto Save the Children lancia anche un vero e proprio allarme: i bambini che non frequentano asili nido e scuole dell’infanzia acquisiscono minori capacità e competenze rispetto ai loro coetanei che sin da piccoli hanno avuto la possibilità di stare in strutture pubbliche a loro destinate. E la forbice si allarga quando i piccoli provengono da famiglie in condizione socio economica svantaggiata: per loro la scuola nella prima infanzia è la chiave di volta per superare la povertà educativa.

E se la povertà educativa non si riesce a superare, se le competenze e le capacità risultano sempre inferiori a quelle degli altri, non è lecito chiedersi, per ultimo, se l’abbandono scolastico sia una fuga dalle difficoltà e dai disagi che si incontrano a scuola? Forse, allora, è utile pensare gli asili nido come contesti ottimali nei quali le relazioni intersoggettive, le regole e le ritualità permettono al bambino di organizzare l’esperienza sulla base dell’identificazione di costanti, che Daniel Stern definisce isole di coerenza, necessarie alla definizione di sé e dell’altro e nei quali si modella quel sistema di simboli, di “strumenti” condivisi, di cui il linguaggio è lo strumento più importante che è in grado di orientare non solo l’elaborazione concettuale, ma soprattutto la visione del mondo attraverso quei parametri sociali in cui l’individuo è inserito. Tutto questo sembrerebbe chiaro a Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud e la coesione territoriale, quando afferma che il suo Piano per il Sud vuole ripartire dalla scuola e proprio dagli asili nido.

Peccato però che nel suo piano per il Mezzogiorno dei 15 miliardi di euro sembra che solo il 24% dei fondi, pari a 769 milioni, venga destinato al piano asili (non quindi il 34% come prevede la legge) e di questi ben 520 milioni per azzerare le rette. Marco Esposito, in un articolo pubblicato dal quotidiano Il Mattino di Napoli spiega: «I 520 milioni per i nidi gratis saranno gestiti dal ministro della Famiglia Elena Bonetti [area PD] e inevitabilmente andranno di più al Nord perché lì sono i servizi e quindi lì devi concentrare il bonus. In base ai posti disponibili (tra pubblici e privati) si può stimare che il Sud si debba accontentare del 17%. L’altro tesoretto, da 249 milioni dovrebbe essere destinato soprattutto al Sud, perché gli asili nido vanno costruiti dove mancano». Gia, è proprio questo il problema dei problemi. Se, in sintesi, la mancanza degli asili incide sulla socializzazione e sugli apprendimenti futuri dei bambini e se è causa di minore inserimento delle donne nel mondo del lavoro e, quindi, minore capacità di spesa e, dunque, minore ricchezza di una regione, non sarebbe meglio costruirli dove non ci sono e poi pensare a renderli gratuiti?