Napoli – come ogni altra città e come tutti gli ambienti di vita – ha continuo bisogno di trasformar, adattarsi, adeguarsi all’evolversi di esigenze, tecnologie, mentalità, cultura. Vorremmo che queste trasformazioni contribuiscano al Bes (l’indice del “Benessere Equo e Sostenibile” che da qualche anno in Italia l’Istat ha affiancato al pil), che facilitino la vita, che emozionino: per questo usiamo con semplicità il termine “bellezza” – aspirazione congenita alla nostra natura – anche se l’idea di bellezza evolve e ormai intreccia i nostri sensi, le nostre memorie, la cultura di una comunità in perenne continua stratificazione. Piani e progetti sono strumenti del trasformare, precedono le azioni concrete alle quali dovrebbero conferire senso. Per loro natura i piani urbanistici sono lentissimi. Analisi, indirizzi processi di elaborazione e partecipazione, formalizzazione, procedure amministrative, adozioni, osservazioni, approvazioni: un insieme complesso che – anche quando permane la stessa compagine politica, cioè anche quando non si è costretti a ricominciare perché qualcuno vuole affermare discontinuità – impegna anni, non di rado anche oltre un decennio. I piani urbanistici delineano strategie, definiscono relazioni: per lo più definiscono scelte e stabiliscono regole che spesso però si rivelano inadeguate alla realtà dei processi di trasformazione. A Napoli, la richiesta di concessione edilizia per la Città della Scienza – novembre 1993 – riguardava un’area allora classificata “industriale”: non ci restò che proporre un progetto per trasformare lo stabilimento della Federconsorzi – produzione di concimi chimici – in un insieme finalizzato a concimare cervelli umani. Per la sede universitaria di Monte Sant’Angelo ci vollero molti anni per pervenire alla variante di Piano: all’interno della zona universitaria stabiliva anche il perimetro dell’area edificabile. Un processo talmente lungo da far sì che l’area di sedime dell’insediamento non fosse più solo una parte dell’ampia zona destinata all’Università: nel frattempo il margine edificabile era stato contornato da “attenta” e significativa edilizia abusiva. Ancora, il Piano regolatore generale (Prg) definisce “parco urbano” l’area dell’aeroporto di Capodichino: non si può che condividere le trasformazioni dell’ultimo decennio Gesac, ma stando al Prg l’aeroporto è da delocalizzare; lo sosteneva anche l’accordo di programma che spostava nel “Leonardo Bianchi” il primo Policlinico e – replicando quanto già programmato e disatteso al tempo del trasferimento del Policlinico a Cappella dei Cangiani – si proponeva di trasformare in parco archeologico l’insula che l’Università Vanvitelli tuttora occupa nel centro antico. Per non parlare delle varianti che consentirono di realizzare la Tangenziale, il Centro direzionale e così via. Non a Napoli ho assistito tra l’altro a lunghe varianti urbanistiche indispensabili per realizzare la nuova Università della Calabria, l’Università di Salerno, l’Università del Molise a Campobasso, quella della Basilicata a Potenza; per rendere possibile l’ormai controverso intervento Salerno-Porta Ovest; per ridurre in cenere il progetto delle sedi dei Dipartimenti in via dei Mulini a Benevento, impedendo all’Università del Sannio di utilizzare progetti d’intervento che aveva approvato basandosi sullo strumento urbanistico allora in vigore, spingendola poi di fatto ad “arrangiarsi”, a ingombrare con prefabbricati la sua preziosa area al margine del centro storico. Quando un intervento ingombra è folle: il compito primo di un progetto è invece interpretare e sviluppare le potenzialità del luogo. I piani sono quindi essenziali, ma devono essere trasformati in strumenti agili, capaci di rispondere con rapidità al mutare delle domande di trasformazione. Così come i progetti non possono ridursi ad azioni egoistiche o narcisistiche: non dovrebbero più tollerarsi realizzazioni che non entrino intelligentemente a far parte dell’ambiente (questione planetaria), dei paesaggi (questione locale) e della memoria (questione culturale) o che non apportino un “dono” al contesto o, ancora, che non siano concepite come frammento del tutto. Piani e progetti soffrono dei confini (amministrativi in un caso, catastali nell’altro) entro cui sono costretti ad agire. Sostanziale la loro capacità di sconfinare, di immergersi in contesti al di là dei limiti entro cui agiscono. Dovrebbero fondarsi essenzialmente su relazioni. Anche per questo gli abituali termini “urbanistica” e “architettura” hanno necessità di integrarsi e confondersi: solo strumentalmente ormai possono essere distinti.
Una legge regionale da oltre quindici anni impone a Napoli di dotarsi del Piano urbanistico comunale (del suo “preliminare” si parlerà mercoledì 26 febbraio a via Verdi, nell’aula del Consiglio) che sostituisca un Prg nato vecchio nel 1994 e operativo dal 2004. Il buon senso vorrebbe che il Piano fosse riferito a Napoli-Città Metropolitana, amerebbe che si procedesse come sostanzialmente fanno Roma e Milano, le sole due altre vere città metropolitane italiane (dove formalmente le città metropolitane sono in numero analogo a quelle degli altri 26-27 Paesi europei messi insieme). Così come il buon senso vorrebbe ogni progetto mai autonomo, mai chiuso in se stesso, ma che viva e si alimenti di relazioni – materiali e immateriali – con i contesti in cui si immerge. Indissolubile cioè una simultanea attenzione alla qualità dell’intervento edilizio (normalmente definita “architettura”) e alla qualità delle sue relazioni con il contesto (radice del suo senso “urbanistico”, per continuare a utilizzare il lessico abituale).
Perché Napoli esca dal suo torpore è però anche indispensabile una relativa stabilità di riferimenti, soprattutto individuare intelligenti ma difficilissimi equilibri fra l’attuale anacronistico apparato normativo (non solo comunale) e la necessità di affrancarsene.
Quindi una strategia che delinei le aspirazioni del futuro di lungo periodo, almeno al 2070, al cui interno possano definirsi piani operativi (di riferimento per progetti di rigenerazione urbana supportati da programmi di fattibilità anche finanziaria) che precisino trasformazioni da attuare man mano: processo da monitorare con vivace attenzione anche per poter costantemente adeguare la visione di lungo periodo. Napoli-Città metropolitana, stretta fra una fascia costiera dai caratteri ambientali e qualitativi eccezionali e fra aree di massimo degrado come la Terra dei fuochi non può ignorare questa emergenza né il rischio vulcanico e zone rosse del Vesuvio e dei Campi Flegrei. Dovrebbe considerare prioritari interventi di forte rigenerazione della corona di centri minori: quella un tempo definita la sua “corona di spine” potrebbe trasformarsi in sorprendente risorsa. In queste aree difficili, l’architettura può dimostrare che l’elevata densità è occasione per innovativi modelli d’insediamento, che densità e complessità non sono ostacoli, ma opportunità e valori. L’attrazione per Napoli-Città metropolitana può essere generata da iniziative culturali ed economiche e da un inedito clima di rinnovamento. Frazionati ed individualisti, o invece tutti insieme? il futuro impone di abbandonare egoismi e pregiudizi stantii. Raggiungere risultati esemplari non è questione di risorse, né di dimensione. Oslo (90.000 euro il suo reddito pro-capite) e Medellin (dove gli abitanti hanno un reddito di 9.000 dollari, cioè meno di un decimo rispetto a Oslo) dimostrano che rigenerazioni virtuose non sono questione di ricchezza: sono soprattutto capacità di visione, organizzazione, coordinamento.