Più di Milano e Roma è Napoli, la città che non ti aspetti, a detenere la palma d’oro di metropoli più classista d’Italia. Qui il divario tra zone ricche e periferie è doppio rispetto alle altre città, quasi esistessero muri invisibili e invalicabili che impediscono ai quartieri di comunicare tra loro, anche se solo a pochi chilometri di distanza. Due città in una, vicine, accalcate l’una sull’altra, eppure abitate da due popolazioni lontanissime, divise tanto quanto lo erano il nobile marchese “signore di Rovigo e di Belluno” e il netturbino Esposito Pasquale del ‘A livella di Totò, o l’intera popolazione napoletana descritta nel 1806 da Vincenzo Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 .

Oggi, a oltre due secoli di distanza, la situazione non è cambiata, come emerge dal libro “Le mappe della disuguaglianza”, il volume scritto da tre economisti romani, Salvatore Monni, Keti Lelo e Federico Tomassi, e che ridisegna la geografia delle quattro più grandi città italiane sulla base del divario sociale ed economico presente tra i diversi quartieri del tessuto metropolitano.
Il libro, il cui sottotitolo chiarisce la vocazione cartografica degli autori “Una geografia sociale metropolitana”, parte dall’analisi di Roma, dallo studio delle differenze tra i quartieri della Capitale sulla scorta dei dati dell’ultimo censimento Istat, per poi passare al confronto con Milano, Torino e Napoli. Una raccolta di mappe che, già solo a colpo d’occhio, restituisce un’impressione piuttosto nitida. Se nelle altre città esaminate gli indicatori hanno un andamento degradante piuttosto omogeneo, dal centro verso la periferia, a Napoli le sfumature si annullano in un contrasto ricorrente. E così, quell’ immagine un po’ folkloristica, e a tratti ingenua, di una città altruista e generosa in cui le differenze tra classi si appianano, in cui alto e basso si mescolano, impatta di fronte ai dati. Complice anche la diversa morfologia della città, il centro geografico di Napoli non segue le stesse dinamiche dei centri cittadini di Roma, Milano e Torino. Piuttosto, quei parametri si spostano lungo i quartieri collinari occidentali (Vomero, Chiaia, Arenella e Posillipo).

Partiamo dall’istruzione, più di preciso dalla quota di laureati presenti in città. A Roma la percentuale supera, in media, il 42% nei quartieri centrali andando via via calando, fino a raggiungere il 10% dei quartieri più periferici. A Milano la situazione è simile, ma con picchi più netti. Nei quartieri centrali la media dei laureati supera il 42%, contro il 12% dei quartieri periferici. Lo scarto massimo si registra dal confronto tra i quartieri di Pagano e Magenta (51%) e Quarto Oggiaro (8%): qui il numero dei laureati è di sette volte più basso rispetto a quelli residenti nel quartiere occidentale della città. A Napoli la distanza cresce ancora: il numero di residenti laureati a Posillipo, Chiaia e Vomero è 10 volte quello di Scampia, San Giovanni a Teduccio e Miano. Se nei quartieri benestanti occidentali circa il 40% dei residenti ha una laurea, nella periferia Nord e Sud della città sono appena il 4,5%.