Quanto è impossibile parlare del Barcellona senza riferirsi a quel Més que un club impresso sui sediolini del Camp Nou e quasi sempre declinato in funzione indipendentista? E quanto è difficile disquisire del Napoli senza fare riferimento a Diego Armando Maradona, ai guagliun’ che giocano per i vicoli, alla passione “cchiù forte e’na catena” che lega la gente all’unica squadra di calcio della città? Perciò esistono – ma non soltanto nello sport, nella vita in generale – gli scrittori. Per trovare parole nuove, altre definizioni, per andare oltre i cliché e più a fondo nelle storie. Due storie, in questo caso, distanti anni luce. Il Barcellona, fondato dallo svizzero Joan Gamper, è tra i club più ricchi al mondo e annovera il calciatore più forte del momento, Lionel Messi. Il Napoli ha, per titoli e brand, un profilo più modesto, si prepara da anni a fare il salto definitivo nel grande calcio e ha avuto il suo apice grazie al campione più grande di sempre, Maradona. Due realtà molto distanti – che martedì si sfideranno al San Paolo per l’andata degli ottavi di Champions League – differenti anche nella loro narrazione. In particolare in quella letteraria.

«Ho sempre cercato di seguire il Napoli, di appassionarmi, ma da tifoso del Barcellona è stata quasi una sofferenza». Per José Vicente Quirante Rives quello di martedì sarà una specie di derby. Da circa 25 anni intrattiene un rapporto costante e speciale con Partenope. È romanziere, autore di numerose pubblicazioni su Napoli e sui suoi legami con la Spagna, ha fondato la casa editrice Partenope ed è stato direttore dell’Istituto Cervantes della città. «Ho seguito – confessa – la squadra per anni. Non è stato facile. Facevo fatica perché gli azulgrana abituano i loro tifosi a un altro tipo di gioco. Qualcosa a Napoli è cambiato con Sarri, che si è iscritto di diritto alla scuola di Cruijff e Guardiola. Ma in linea di massima non è stato sempre agile estendere il mio amore per la città alla squadra». Per un Napoli-Roma l’autore catalano venne anche invitato dal presidente azzurro De Laurentiis allo stadio. «Adoro l’atmosfera del San Paolo; andarci con i miei amici è sempre un’esperienza magica. Anche per tutti i riferimenti che continuano a esserci a Maradona», dice Quirante Rives. Il “pelusa” nell’estate del 1984 passò proprio dai catalani ai partenopei. Per lui fu una rinascita. In Spagna non era riuscito a esprimere il suo genio. Lì era il “sudaca”, espressione dispregiativa con la quale ci si riferisce ai sudamericani. «Non era il posto per lui – spiega lo scrittore – non era a suo agio. Nel Barcellona la borghesia ha un peso molto forte. Lui invece aveva bisogno di quell’ammuina, del caos attorno, di sentirsi un capopopolo. Anche per via della sua estrazione personale. Lui che veniva da Villa Fiorito, a Buenos Aires, ha trovato maggiore affinità con l’ambiente partenopeo».

Su Cruijff e sul suo dream team, su Herrera e Luisito Suarez, per anni i tifosi culé (come vengono chiamati i sostenitori del Barça) hanno letto i commenti e i saggi di Manuel Vásquez Montalbán. Nome che suona familiare agli italiani: Andrea Camilleri pensò a lui per battezzare il suo personaggio più celebre, il commissario Salvo Montalbano. Lo scrittore catalano al calcio, e al Barcellona, ha dedicato una vasta produzione. Il centravanti è stato assassinato verso sera (Feltrinelli), per esempio. Un romanzo noir che gira attorno e all’interno del pallone nella città catalana. «Quello di Vasquez Montalbán è sicuramente il primo nome che viene in mente, parlando di Barcellona e del Barcellona», commenta Quirante Rives. «Personalmente – continua – non ho mai condiviso la sua ideologia di base. Quella che vedeva nella squadra una sorta di rappresentativa sportiva dell’indipendentismo. Lo slogan del més que un club; la costante diatriba con il franchismo e il madridismo. Mi sembra orrendo attribuire al calcio una militanza politica». Resta comunque negli annali il duello calcistico-letterario, andato avanti per anni, tra Montalbán e un altro grande scrittore spagnolo: quel Javier Marías dal Corazón tan blanco completamente devoto ai blancos, appunto, del Real Madrid.

Anche il cileno Roberto Bolaño, diventato oggetto di un vero e proprio culto, ha vergato pagine di azulgrana. «Bolaño ha mostrato l’universalità del Barcellona. È stato l’ultimo grande dono che la letteratura, intesa in senso alto, ha ricevuto. Traferitosi nella città, ha trovato nel calcio una maniera per inserirsi nella società. Con lui il Barcellona è diventato una sorta di emblema del cosmopolitismo». È d’accordo Marco Ottaiano, docente di lingua e letteratura spagnola dell’Università l’Orientale. «Bolaño ha tratteggiato la vocazione internazionale del Barcellona, di una squadra che supera i confini anche più del Real Madrid, più legato all’idea dell’identità spagnola, del castizo. Tra gli altri grandi scrittori culé – continua – merita una citazione anche Juan Cruz Ruiz, tra i fondatori del quotidiano El País». Era il 2010 quando Ottaiano accompagnava tra le strade di Napoli, alla ricerca dell’altarino dedicato a Maradona, Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano scomparso nel 2015 e tra i maggiori autori latinoamericani. «La letteratura ispanofona ha prestato grandi firme al racconto dello sport. Galeano con Osvaldo Soriano e Fontanarrosa è stato tra i maggior rappresentante della narrazione calcistica del Sud America. In Italia invece c’è una percezione più elitaria della letteratura. Pasolini scrisse di calcio e pare fosse un’ottima ala, ma pochi altri si sono cimentati». E Napoli non fa eccezione. «C’è – spiega Ottaiano – una sorta di prudenza nell’avvicinarsi al tema, come se diventasse poi inevitabile scadere nei cliché, nel folkloristico. Basti pensare – continua – a quando a Napoli c’era Maradona e nessuno dei grandi scrittori allora contemporanei ne scrisse. Troisi ha scherzato sul tifo. Da Totò quasi mai un riferimento; in un’intervista disse: “La mia Napoli non c’è più, c’è solo il Napoli”. Maurizio de Giovanni rappresenta un po’ l’eccezione. Un altro autore è Davide Morganti». E poi, secondo Quirante Rives, ci sono Giuseppe Montesano e Michele Serio (c’è anche Marco Marsullo). «Il calcio – spiega – è uno stato d’animo. E le sue storie possono quindi diventare letteratura. Per quello che riguarda la sfida di martedì, è troppo facile vederla come Davide contro Golia. Il Barça oggi non è un gigante, è in difficoltà sia in campo che nella società. Il Napoli può dire la sua».