«No, non mi ha cercato nessuno. So che è nato un dibattito, anche se io ero in tournée e non potevo seguirlo». Appena arrivato a Nisida, dove ha portato a suonare alcuni musicisti dell’Orchestra di Chicago, il maestro a Muti ha detto ai giornalisti: «Niente interviste, sono qui per i ragazzi».

Non è la prima volta che il maestro viene a Nisida ed è sorprendente come un uomo abituato ai palcoscenici mondiali sappia parlare da pari con i ragazzi del carcere minorile. Usa il dialetto, ma non è per questo. È che ha uno sguardo che non separa “giusti” e “sbagliati”, sa spiegare perché il suono dell’ottavino è acuto con lo stesso tono con cui racconta come gli piacciono le “nuvolette” di panna e non si sottrae alle provocazioni.

Qualche mese fa un ragazzo gli ha fatto una sorta di processo: «Voi guadagnate un sacco di soldi». «Io da sessant’anni lavoro otto ore al giorno, studio, dirigo». «Ma voi dormite?» E il Maestro ha risposto: «Poco, ho tanti pensieri. Mi alzo presto, studio molte ore». Un fatto, questo dello studio continuo di un maestro osannato in tutto il mondo, tornato poi nel tempo, nelle nostre aule, come una lezione di inestimabile valore.

Mentre i musicisti si organizzano, nel terrazzo che dà su porto Paone, faccio vedere a Riccardo Muti il titolo del Riformista Napoli di qualche giorno fa che chiede venga ascoltata la sua proposta di una sorta di Lincoln Center napoletano. «Ho lanciato un’idea – ribadisce il maestro – basandomi sul concetto di raggruppare forze culturali e luoghi culturali diversi perché Napoli ha la fortuna di avere tra il San Carlo, la Biblioteca Nazionale, il Conservatorio, i Gerolamini, il Museo Archeologico, ed altre realtà, entità di una tale forza e unicità che mettendole insieme e collegandole l’una con l’altra possano essere una forza prorompente che nessuna altra città al mondo ha».

Forse, gli dico, a Napoli, non ci sarebbero molti mecenati. «Una cosa di questo genere deve riguardare lo Stato perché non è che lo Stato, voglio dire chi governa, può sempre ignorare che ci sono dei doveri non solo dei diritti, ed è un dovere in una capitale mondiale come Napoli spendere energie, risorse, intelligenze, metterle, insieme, aiutarle, è uno degli obblighi dello Stato occuparsi della propria società. Questa è una capitale, una città difficile certo, ma il Padreterno ha detto: ho fatto la città più bella del mondo, adesso arrangiatevi».

Che fare, allora? «Le possibilità che il passato ha dato a questa città sono enormi, ma dato che è una città anche molto litigiosa dato il temperamento delle persone che ci abitano, c’è bisogno di mettere insieme menti più pacate e più profonde e i vari ministeri che si occupano di queste cose devono mettere in moto questa macchina straordinaria che nessuna altra città al mondo ha, con queste possibilità del passato verso il futuro. Ho lanciato un’idea, ma questo non è compito di una sola persona, non mi riferisco a me stesso, ci vuole un gruppo di persone che vogliano e che sappiano, bisogna che a Napoli per queste cose troviamo persone adeguate.» Per uscire, non solo a Napoli, da una sorta di iettatura: «Noi siamo un paese dove l’uso dei verbi è diventato al futuro: diremo, faremo, governeremo. Io vorrei sentire: facciamo, il presente, non promesse».

Ormai è tutto pronto, lo chiamano. Valentina legge dei versi che gli ha dedicato – l’emozione di quando ha visto le mani del maestro “ballare” sul pianoforte. Il maestro presenta i musicisti. Si comincia. La giornata è limpida, anche gli uccelli si zittiscono durante l’esecuzione dei brani, ma il venticello fa cadere i fogli del trombonista. La signora Muti sorride e commenta: «La musica vola in acqua. Il gabbiano la prende. Vogliamo vivere di miracoli».