Il risultato delle elezioni regionali di domenica in Emilia-Romagna e Calabria ha due esiti opposti, che non è facile tenere assieme in una unica prospettiva politica. Il primo, in Emilia-Romagna, è l’affermazione di un fronte ampio e plurale di centrosinistra con il PD al centro, che include anche una consistente porzione di voto disgiunto a Bonaccini da parte dell’elettorato del M5S, come mostra oltre ogni ragionevole dubbio l’analisi dei flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo. Il secondo è il naufragio del centrosinistra in Calabria, che non riesce a sottrarsi a quella legge dell’alternanza che diventa ferrea quando i risultati amministrativi sono, per usare un eufemismo, ben poca cosa, in una regione in preda a gravi problemi di minime condizioni di vivibilità e ammorbata da un ceto politico dissipativo.

Giocoforza, la contesa a valere sugli equilibri nazionali si è realizzata interamente in Emilia-Romagna con la contrapposizione frontale di carattere politico imposta da Salvini, che ha trovato opportuna risposta nell’attivismo plurale delle tante realtà (politiche e civili) del fronte opposto, di cui quella regione è ricca. Diversamente la Calabria, la più povera regione dell’area più povera del Paese, ha vissuto una campagna elettorale in ombra, abbandonata a un esito che gli stessi protagonisti hanno reputato scontato.

Qui, con un’affluenza ben al di sotto della metà degli elettori, il centrodestra vince, ma il nuovo corso di Salvini si ferma al 12%, sopravanzato dai dinosauri della precedente fase politica, emblematicamente rappresentati dallo spettacolo a notte fonda della tarantella a favor di telecamera offerto dalla neopresidente di Forza Italia e dal messo berlusconiano Tajani. Come si interpreta questo quadro dai segnali opposti? Se di ritorno al bipolarismo si può parlare, va letto in modo incrociato ai divari territoriali, con una versione moderna al Nord e una retrò e meno partecipata al Sud. Lo scenario è reso possibile dal crollo verticale del M5S, che, tuttavia, ha sempre trovato difficoltà ad affermarsi alle amministrative, laddove le preferenze per i candidati delle liste possono fare la differenza. Ma la crisi elettorale del M5S va ben oltre questa spiegazione.

Certo, c’è il logoramento del governo, l’insipienza degli amministratori, ma a questo occorre aggiungere la natura stessa del Movimento, il suo essere fenomeno esterno alle istituzioni. La sigla “M5S” è l’espressione mediatica di una domanda di cambiamento socialmente connotata (non banalmente in termini di classe, come mostra il numero monografi co di Meridiana di prossima uscita, di cui si è fornita una anticipazione in questo giornale), che resta largamente inespressa. Sono blandi i legami culturali e di identifi cazione, non a caso il recinto è stato a fatica tenuto assieme dallo stile populista più che dal contenuto politico.

Gli elettori che ne sono parte orientano di volta in volta l’esito delle competizioni elettorali, partecipando, astenendosi, facendo pendere l’ago della bilancia. In termini di prospettiva politica è lì, nella terra di confine tra astensione e voto di protesta, che si gioca la partita del futuro, perché è lì che ci sono i numeri. Questo ragionamento è valido se si realizzano tre condizioni. La prima è che si tengano separati i diversi livelli istituzionali. Ogni competizione fa caso a sé, ogni territorio conta per quello che è. La seconda è che l’aggregazione di forze sia quanto più ampia e inclusiva possibile, contempli la presenza di soggetti politico-istituzionali e di movimenti, sia in grado di parlare agli interessi organizzati e all’associazionismo diffuso, non sia presidiata da veti e da posizioni rigide. La terza è che il personale politico si renda conto degli ampi confini culturali in cui deve muoversi. Accettando sempre il confronto, le critiche anche aspre e riconducendo gli attacchi più velenosi al merito delle questioni. C’è bisogno come il pane di confronto, di un pensiero che declini su basi nuove le tradizionali culture politiche.

È un tentativo al quale si sta lavorando da più parti. Sono cose che non si inventano dall’oggi al domani, per far questo occorrono saperi esperti e intelligenze, che nessuno lo dimentichi. Soprattutto chi ha responsabilità direttive.