Un ciclomotore con una donna alla guida e tre bambini a lei aggrappati percorre uno dei vicoli dei Quartieri Spagnoli. La noto senza troppa attenzione, non è raro vedere questi spettacoli di acrobazia.  Continuo a salire per le strade strette ed il mio interesse viene, invece, rivolto ad un vigile presente ad un incrocio, perché è la prima volta che ne vedo uno in questa zona della città.
Il ciclomotore intanto arranca sull’acciottolato ripido e si avvicina all’agente di polizia urbana. La donna spavalda e senza casco si ferma e chiede: “Che ci fate qui?”. Il vigile impassibile la invita a procedere rapidamente perché la strada deve essere sgombra. Le due ruote continuano così ad inerpicarsi nei vicoli stretti.  La domanda non era affatto peregrina e così la ripropongo.
L’agente risponde che deve passare l’auto con il presidente del Senato per l’inaugurazione di una nuova struttura nella parte alta dei Quartieri Spagnoli.

L’eccezione e la regola. Quest’episodio ci fa comprendere come la presenza dell’autorità in alcuni luoghi della città sia evento eccezionale, dovuto esclusivamente a particolari esigenze.  La regola è l’abbandono. Non solo da parte di chi dovrebbe reprimere comportamenti illeciti, ma soprattutto da chi istituzionalmente dovrebbe prevenire tali condotte. Il gravissimo episodio avvenuto sabato notte a Napoli, dove ha perso la vita un ragazzo di 15 anni, trova le sue radici anche in questo abbandono. Qualunque sarà l’epilogo giudiziario, vi è già una sentenza di condanna nei confronti di un Stato incapace d’investire a lungo termine con risorse mirate a migliorare la qualità della vita dei cittadini, di tutti i cittadini. Il Paese sta diventando sempre più povero di valori e gran parte dell’opinione pubblica reagisce in maniera istintiva chiedendo l’esercito per le strade, pene esemplari, frontiere chiuse, bambini allontanati dai genitori affiliati ad organizzazioni criminali. Il mondo che vogliono costoro è un “mondo alla rovescia”, dove impera l’egoismo internazionale, statale e locale.

La rapina messa in atto dai due minorenni ha avuto risonanza mediatica per la morte del ragazzo, ma se ciò non fosse avvenuto probabilmente non ne avremo avuto notizia. Non è la prima e non sarà l’ultima. La strada che questa gioventù ha imboccato era già tracciata e il percorso da compiere presuppone l’uso della violenza e della sopraffazione. Il traguardo è quello del danaro facile, da spendere in una notte, da mostrare agli amici per guadagnare l’agognato rispetto e magari giungere ad avere ruoli di rilievo all’interno del “sistema”. Alzare muri concreti o virtuali contro questa realtà non serve. Repressione e violenza sono armi spuntate che non possono raggiungere lo scopo, ma solo incattivire coloro che non conoscono, o non gli vengono offerte, alternative ovvero nuovi modelli di vita.

Andiamo, invece, incontro a questa realtà. Entriamo nelle spaventose logiche di chi vuole tutto subito, costi quel che costi. Avviciniamo questi giovani alla cultura della vita. Qualcuno si ribellerà ma tanti ce ne saranno grati. Lo Stato entri con la sua forza educatrice all’interno di quegli spazi abbandonati da troppo tempo ed aiuti coloro che già lo fanno, spesso in solitudine senza il sostegno delle istituzioni.  Il potere venga esercitato non per “strappare” i figli ai genitori ma per indicare la strada maestra che non è quella effimera delle serie TV, bensì la consapevolezza del rispetto degli altri perché la crescita comune è il vero benessere a cui bisogna aspirare. Ci vorrà tempo, ma sarà ben speso.