Si può scrivere un articolo giornalistico se si è in conflitto di interessi affettivo e culturale, in ragione della persona che esso vuole ricordare? Non saprei dirlo, ma ci provo. Nei giorni scorsi Torre Annunziata ha ospitato, al Museo dell’Identità, un ciclo di iniziative (a cura di un comitato nazionale di onoranze voluto dal Mibact e dell’amministrazione comunale) durante le quali è stato celebrato il centenario della nascita di Michele Prisco, nato nella città oplontina il 14 gennaio 1920.

L’occasione di farne rivivere lo spirito di gentiluomo sempre un po’ malinconico (senza però omettere, fra gli intimi, lampi di sulfurea ironia) e le pagine profonde e molto elaborate, condotte tra scavo psicologico di ambiente e personaggi e ricchezza linguistico-semantica, è stata la presentazione del ricco volume antologico “Michele Prisco tra letteratura e cinema”, curato da Pier Antonio Toma per La Compagnia dei Trovatori, con contributi di Giulio Ferroni, Alessia Pierro e Valerio Caprara, che situano l’autore rispettivamente nel fiume della grande narrativa novecentesca di respiro europeo, nella fitta trama filologica della ricostruzione di una carriera e nell’apporto a una critica cinematografica esercitata con una rivendicata estraneità dalla corporazione dei recensori di mestiere e piuttosto con il penetrante sguardo di un letterato.

Accolti dall’assessore alla cultura Roberta Ramundo, Maria Elefante, Pier Antonio Toma ed Ermanno Corsi hanno bilanciato affettuosi ricordi personali e valutazioni critiche, il bravo Rodolfo Medina ha assicurato letture e Lino Blandizzi, con la sua chitarra, ha riproposto alcune canzoni dell’onorato, da Edith Piaf a Mina. Figlio dell’avvocato di cui porto il nome, mio nonno – Michele mi era dunque zio – e ultimo di sei fratelli (quattro sorelle e Peppino, mio padre, anche lui avvocato, che portava lo stesso nome di un famoso loro cugino del ramo milanese, mitico vicepresidente dell’Inter e tra i pochi ufficiali degli alpini sopravvissuti alla ritirata di Russia), si era avviato egualmente agli studi giuridici e pure laureato.

Non era però quella la sua vocazione e presto si concentrò solo sul giornalismo e sulla narrativa, esordendo meno che trentenne col lodatissimo e premiato volume di racconti de “La provincia addormentata”. Scrittore versatile, autore di molti romanzi e di una mole impressionante di articoli di giornalismo culturale e di reportages di viaggio, fu anche per un periodo responsabile della pagina culturale del Mattino e finanche – quando si trattò di sostituire per il giornale Vittorio Ricciuti – sensibile critico cinematografico, arte frequentata e amata fin da giovane. Esplorò la vita borghese della terra natale, tra dolcezza trasfiguratrice dei ricordi, ma anche coscienza delle sue ipocrisie e durezze, senza però dimenticare ambientazioni diverse, come ne “La dama di piazza” (Premio Napoli, 1961), in “Una spirale di nebbia” (Premio Strega, 1966), o nell’ultimo, bellissimo lascito ai suoi lettori, “Gli altri”, del 1999.