Il liberismo è di sinistra”. Era il giugno del 2012 e un promettente candidato alle primarie del Partito democratico dalle colonne del Foglio annunciava così l’idea di partito che aveva in mente, con Blair e Zingales a fargli da numi protettori. Quelle primarie lì, il candidato promettente però le perse. Vinse le successive, diventò segretario del partito erede del Pci e fu anche nominato presidente del Consiglio. Poi, metti un referendum, qualche errore di troppo e un governo giallo verde diventato giallo rosso, il candidato un tempo promettente abbandonò il partito portandosi via anche quell’idea liberista che anni prima aveva minato le fondamenta ideologiche e ontologiche del partito.

Date le premesse, non stupisce che nel febbraio 2020 la guida economica di quello stesso partito venga affidata a Emanuele Felice, economista, storico ed editorialista del gruppo Gedi che, a ben vedere, un rapporto con il liberismo ce l’ha: quello del pentimento, lui che un po’ liberal lo era. E dire che era impensabile immaginare, solo qualche anno fa, che Felice potesse lavorare fianco a fianco con Marco Esposito, recentemente nominato dal segretario del Pd napoletano Sarracino come coordinatore del forum Bilanci. Lui, giornalista esperto di federalismo, molto apprezzato anche dal movimento sudista.

Felice, infatti, origini abruzzesi, dopo la laurea a Bologna e un po’ di specializzazioni in giro per l’Europa, ha pubblicato nel 2013 il libro Perché il Sud è rimasto indietro, che riscosse un certo successo. La risposta era, in sintesi, che la responsabilità spetta alla classe dirigente meridionale che si è affidata all’intervento dello Stato centrale. A quel libro ne sono seguiti altri che segnano però una progressiva inversione di marcia fino a sostenere, qualche settimana fa sulle pagine de L’Espresso, che il neo liberismo, «rischia di rivelarsi la tomba del liberalismo» e, anzi, «mostra di sapersi accordare benissimo con le autocrazie». In sintesi, per Felice, il neoliberismo ha tradito il liberalismo progressista «nella sua naturale evoluzione che porta alla simbiosi con il pensiero socialista e ambientalista».

Una posizione molto vicina a quelle sostenute da un altro giovane economista, meridionale e meridionalista, il ministro per il Mezzogiorno Giuseppe Provenzano, socialdemocratico che indica in Emanuele Macaluso il suo maestro, pur attestandosi su posizioni forse meno liberal. «Sono convinto, a differenza dei liberisti nostalgici e ideologici che la leva pubblica debba sostenere l’impresa privata», ha scritto di recente in una lettera al Foglio per difendersi dall’accusa di essere contro l’impresa. E non è un caso che insieme a Felice abbia pubblicato di recente un articolo a quattro mani dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi.
A completare il quadro dei meridionali meridionalisti del nuovo corso dem, c’è poi Nicola Oddati, che nella segreteria firmata Zingaretti è il responsabile per il Mezzogiorno. «Un meridionalismo rigoroso e responsabile che metta al centro una nuova questione meridionale», è stata la sua promessa dopo la nomina.