Non manca lo splatter, genere Gomorra la serie, nel nuovo romanzo di Massimiliano Virgilio. Con una serie di corollari: sangue, merda, urine, cervelli spappolati, gole tagliate, cadaveri sezionati, droga, gare di doberman allevati crudeltà, prostituzione femminile e minorile, stupri e femminicidi. Eppure, leggendo Le creature, appena edito da Rizzoli, la sensazione prevalente è quella di struggente malinconia di certe atmosfere dickensiane. Per i ragazzini che non dovrebbero mai affrontare tanto dolore, e solitudine e violenza. Per l’innocenza che resiste, nonostante tutto, quando sopravvivere diventa un imperativo delle viscere e ci si accorge che «la bellezza fiorisce tra le crepe del mondo e che la vittoria per un ragazzo dal cuore pesante sta nell’avere occhi per accorgersene.» Soprattutto, se la solitudine si apre all’amore: «Quel pomeriggio, sullo stradone, Han scoprì che essere innamorati vuol dire imparare ad accettare la sconfitta.

E vuol dire anche avvertire dentro di sé il desiderio di tornare indietro nel tempo e cambiare le cose. Non le nostre. Perché delle nostre non ci importa nulla dal momento che siamo innamorati, ma quelle dell’altro, della persona amata, perché è una vittoria che vorremmo ottenere, perché è lei che ci importa.» Al centro del libro – in una Napoli di periferia, livida e sgraziata, dove si fronteggiano gruppi criminali e l’inquinamento, non solo atmosferico, produce morte – ci sono due ragazzini, entrambi «pezzottati», scarti aggiustati alla bell’e meglio. Nina, orfana di entrambi i genitori e con la colonna vertebrale storta, vive come murata in un busto di gesso. Han, figlio di «immigrati senza permesso di soggiorno», il padre andato via con un’altra donna, la madre che pulisce i bagni in una nave da crociera, è nato in Italia e parla solo italiano, ma, per la legge, è un piccolo clandestino cinese.

«Non sarebbe servito a nulla dire a quella gente che era nato in Italia, perché per loro lui era soltanto un cinese e con quegli occhi e quel nome lo sarebbe stato per sempre. Clandestino, così lo chiamavano gli altri. Ma non gli importava, perché attorno a lui era pieno di clandestini, anzi, i clandestini erano la maggioranza delle persone che conosceva e tutti avevano gli stessi problemi. Mancavano sempre alcuni documenti, certificati, pezzi di carta con cui poter fare delle cose e senza i quali non le potevi fare.» Nina e Han sono entrambi ospiti/prigionieri di una casa di «fantasmini», ovvero una sorta di ricovero, a pagamento e ben poco confortevole, di piccoli clandestini che le famiglie, per vari motivi, non possono tenere con sé. La dirige Anna, detta la Leonessa, zia materna di Nina, un cuore «bonificato con meticolosa attenzione da ogni sentimento» che non sia il dolore per un figlio morto e per il suo gemello, finito in carcere.

La “casa” è una “scuola” di solitudine e violenza. «I fantasmini erano un buon affare. Erano cresciuti per strada, allevati alla solitudine, senza ricevere attenzione dagli adulti che non fossero di genere proibito, e sapevano cavarsela in ogni situazione. Mai nessuno si era lagnato per l’assenza dei genitori o per lo scarso cibo né aveva posto insidiose domande sui cani di Manuel. Ciò che più stupiva era la loro passività. Potevi dirgli o fargli qualsiasi cosa, pensava la Leonessa, e star sicura che non si sarebbero lamentati. Era come se la vita li avesse messi al tappeto molto tempo prima, e da allora non si fossero più rialzati.» Stile espressionista e lieto fine, per un libro che, come riconosce lo stesso Walter Siti, va al di là del genere della “sociologia delle vittime”.

Tra i ricordi del passato dove, insieme al dolore, hanno conosciuto un po’ di amore e il presente – violento fino alla spietatezza – Nina e Han scopriranno che possono contare l’uno sull’altro. Prendersi reciprocamente carico e cura delle loro è la via, catartica, per uscire da una provvisorietà senza luce e senza speranza, recuperando anche uno sguardo sul mondo, che ha la purezza dell’infanzia e la progettualità del diventare grandi.