“Stiamo affrontando dei cambiamenti che avremmo potuto intraprendere da circa vent’anni. E invece lo stiamo facendo nello spazio di poche ore». Così Marilù Ferrara, professoressa ordinaria di organizzazione aziendale all’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” sugli effetti del Coronavirus sulla società e il mondo del lavoro. Per l’emergenza sanitaria si è infatti dibattuto molto di smart-city e soprattutto smart-working. Temi dei quali si occupa il Laboratorio di Organizzazione aziendale, un coordinamento che mette insieme competenze di studiosi, ricercatori e docenti di materie organizzative formati all’Università Parthenope e che si concentra proprio sulla smart city e sull’organizzazione intesa nel suo senso più ampio. Il laboratorio, del quale Ferrara fa parte, è diretto dalla professoressa Filomena Buonocore.
L’emergenza Coronavirus ha imposto nel dibattito la questione dello smart-working. Napoli è pronta da questo punto di vista?
«Per quello che riguarda il lavoro, per quello che riguarda la scuola, la formazione a distanza, siamo in ritardo di almeno 20 anni. Con grande fatica stiamo provando a fare in 48 ore cose che la tecnologia ci avrebbe permesso di fare da tanto tempo. È una questione che però non riguarda soltanto Napoli. Nel nostro Paese abbiamo oasi felici, a macchia di leopardo potremmo dire. Concentrate soprattutto al Nord. Ma non c’è sistema, un comportamento diffuso, un’abitudine».
È stupita di questa situazione?
«All’Università Parthenope si è cominciato a ragionare sul tema nei primi anni ‘90. Allora uscirono le prime pubblicazioni degli studiosi. Si parlava di flessibilità spaziale, di quello che ancora oggi viene chiamato tele-commuting, tele-lavoro, lavoro da casa, lavoro a distanza. Non c’era ancora internet ma già si potevano cominciare a vedere le potenzialità e le possibilità – oltre anche alle difficoltà – offerte da queste nuove modalità di lavoro. Mai avrei immaginato allora che dopo oltre 25 anni avremmo ancora avuto tante difficoltà nell’applicare lo smart-working. Soprattutto considerando le tecnologie così diffuse e capillari che abbiamo adesso. Già all’epoca per noi era chiaro che le difficoltà non erano di ordine tecnologico ma di ordine organizzativo perché la tecnologia per essere funzionale ha bisogno di un cambiamento nei comportamenti».
Da dove bisogna partire?
«Prima di tutto dal datore di lavoro. Chiunque esso sia, pubblico o privato. Non si può continuare a organizzare il lavoro dei propri subalterni con le vecchie logiche. Mi riferisco, per esempio, al controllo tramite la supervisione, ovvero: vedo l’impiegato, sta lavorando, sta facendo bene. L’idea della perdita di controllo che può avvenire attraverso il lavoro a distanza è un grande limite soprattutto nelle società come la nostra dove il controllo è radicato nella supervisione».
Cos’altro bisogna cambiare?
«Ci vogliono stili di leadership completamente diversi. C’è bisogno di dare obiettivi e scadenze ai propri collaboratori. Per dare obiettivi bisogna programmare. E su questo noi italiani, e noi napoletani, non ci distinguiamo particolarmente. Per quello che riguarda la flessibilità abbiamo usato le forme utilizzabili per il precariato, ma non quelle più moderne, che ci consentirebbero di organizzare meglio il lavoro a livello personale. Anche se bisogna chiarire che ogni soluzione comporta problematiche: lavorare da casa, come in questi giorni in cui anche le scuole sono chiuse, innesca problematiche di bilanciamento della work-life, ovvero tra vita privata e lavorativa. Lavorare da casa, con un figlio piccolo, di 5 o 6 anni, non è la stessa cosa che andare in ufficio».
Cosa ci lascerà sotto quest’aspetto il Coronavirus?
«Forse lascerà una grande paura e un senso di scoramento, perché l’Italia ogni volta che affronta un’emergenza si fa trovare sempre impreparata. Forse, però, il Paese potrebbe approfittare finalmente della tecnologia e dei cambiamenti che ci permette di intraprendere per migliorare la nostra vita nel futuro. Potrebbe diventare un momento per quelle evoluzioni radicali, innovazioni che hanno bisogno di grandi spinte per realizzarsi. Anche se il salto di qualità non è un fatto prettamente tecnologico, non c’entra la tecnologia, ma più che altro l’organizzazione».
Quindi pensa che dall’emergenza sanitaria dovuta al contagio potremmo ereditare una maggiore confidenza con lo smart-working?
«Non ne sono sicura. Ma è caratteristico dei periodi di crisi. Sono momenti nei quali si concentrano tutta una serie di istanze e di tendenze che non avevano trovato il momento per imporsi. Il punto principale, può sembrare banale, ma è quello di cambiare le abitudini. Perché a volte siamo pigri e per cambiare abitudini abbiamo bisogno di una spinta forte. È a quel punto che si intraprende il cambiamento culturale e nei nostri comportamenti».
Tra quanto, comunque, pensa che potremmo fare il definitivo salto di qualità?
«Ci vuole tempo, ci vuole un cambiamento delle nostre abitudini e ci vuole una motivazione per cambiare il nostro modus operandi. Forse da un’imposizione, una motivazione forte, che proviene ovviamente da una causa di forza maggiore».