«I genitori non vedono più nella scuola un sistema valido per far crescere al meglio i loro fi gli. Questo è il problema». A dichiararlo è Maria Luisa Iavarone, professoressa di pedagogia all’Università Parthenope di Napoli e madre di Artuto Puoti, il ragazzo aggredito a coltellate da una baby gang nel dicembre 2017 a via Foria a Napoli. Iavarone è coordinatrice del tavolo del Partito Democratico su scuole e università e, commentando l’episodio dell’Istituto Leopardi di Sant’Antimo, esprime la sua idea di una riforma della scuola italiana. Alti tassi di dispersione; test sulla preparazione insufficienti; violenza e bullismo in alcuni casi pervasivi. Questi i problemi ben noti della scuola.

Lo sbaglio, secondo la professoressa, è pensare che la divisione, la disgregazione, la selezione anche all’interno delle classi possa rappresentare una soluzione. «Abbiamo sempre – argomenta Iavarone – mandato a scuola i nostri figli per farli stare insieme agli altri ragazzi, altro che separarli. Oggi invece si auspica una scuola che divida e non unisca. Abbiamo battagliato – continua – per avere una scuola costituzionalmente libera, che integrasse le classi sociali, che fosse in grado di fornire a tutti delle opportunità, che accogliesse i disabili. Se si ripetono episodi come quello di Sant’Antimo è perché la società si è gravemente ammalata, soprattutto dal punto di vista dei legami».

Alla base della questione dell’Istituto Leopardi ci sarebbe infatti la disgregazione del tessuto sociale. «La scuola è per definizione il luogo dell’inclusione. E sono proprio le aule, in questo caso, a raccontare la disgregazione in corso nella società. I genitori che chiedono di separare i figli da altri alunni, per motivi culturali o di censo, sono una rappresentazione plastica dello sfilacciamento della società. E l’aspetto grave nella tendenza è proprio questo, che si tratta di una richiesta dei genitori, i quali credono che per i fi gli sia meglio differenziare le classi. Ma i genitori devono tornare a credere nel valore di una scuola che sia inclusiva, capace di far crescere al meglio i loro figli».

Tuttavia, se i genitori devono tornare a credere nell’istituto democratico per eccellenza, anche il sistema dell’istruzione deve fare la sua parte. «La società – spiega Iavarone – non riconosce più nella scuola quei valori di inclusione e di integrazione tra diversi che l’hanno sempre contraddistinta. Un aspetto che fondamentalmente indica come i metodi di insegnamento non siano più efficaci; che l’impostazione attuale non convinca i ragazzi e tantomeno i genitori. C’è una profonda stagnazione – continua Iavarone – nel sistema che è parte del problema. Si deve finalmente avviare un aggiornamento sul piano della didattica; vanno esplorate nuove frontiere della pedagogia che permettano di far scoprire ai ragazzi il valore di apprendere, e di farlo insieme».

A questo proposito, Iavarone è in sintonia con le parole di Rosalba Rotondo, che in un’intervista de Il Riformista Napoli ha auspicato una riforma della scuola media. «È considerato l’anello debole del sistema. Lo è anche perché dal 1962 non è praticamente mai stata toccata». La professoressa è favorevole a una ristrutturazione dell’impianto scolastico affinché possa effettivamente tornare a essere formativo. «La media – dice – dovrebbe ispirarsi alle elementari, il ciclo che funziona meglio in Italia e che quindi dovrebbe essere da ispirazione. Ci dovrebbe essere un minor numero – spiega – di materie prevalenti, centrate su competenze antropologico-culturali organizzate per aree. E poi nel pomeriggio, invece di cento discipline, dei progetti laboratoriali concreti. Durante i quali i ragazzi possano per davvero imparare a suonare uno strumento, allenarsi in uno sport, applicarsi in un laboratorio di falegnameria, pittura o meccanica. I ragazzi devono capire che quelle attività possono essere il loro strumento di comprensione del mondo. E dunque il mezzo per far emergere il loro talento». La professoressa fa riferimento a quella che in ambito internazionale viene definita literacy: ovvero «la capacità di un alunno di individuare e comprendere il ruolo che una disciplina ha nella sua vita». Infine, la scuola, non dovrebbe sempre rincorrere la tecnologia: «I post millenials passano decine di ore con gli smart-phone. A scuola non devono essere connessi».