«La sentenza 4 del 2020 della Consulta impone al Comune di Napoli di riscrivere il bilancio e, in caso di esito negativo, dichiarare il dissesto». Marco Catalano, consigliere della sezione regionale di controllo della Corte dei conti, non usa giri di parole a proposito della sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che consentiva alle pubbliche amministrazioni di utilizzare mutui, trasferimenti statali e somme tratte dal fondo di rotazione per coprire le spese correnti. La pronuncia si abbatte come una scure sulle già precarie condizioni economico-finanziarie di Palazzo San Giacomo, in predissesto dal 2013. Il principio fissato dalla Consulta, alla quale era stata proprio la Corte dei conti a rivolgersi, fa infatti lievitare il disavanzo comunale da un miliardo e 700mila a circa due miliardi e mezzo di euro.

Consigliere, come si spiega la sentenza della Corte Costituzionale?
«Mentre era in corso la verifica del piano di riequilibrio del Comune di Napoli, a suo tempo intervenne una legge che, modificando una precedente norma del 2015, chiarì come il Fondo anticipazioni di liquidità potesse essere utilizzato per coprire il Fondo crediti di dubbia esigibilità. In altre parole, questa norma ampliava la capacità di spesa delle pubbliche amministrazioni consentendo loro di utilizzare le somme prestate dalla Cassa Depositi, quelle tratte dal fondo di rotazione e i trasferimenti statali non per coprire i debiti pregressi, ma per finanziare la spesa corrente e per gli investimenti».

Che cosa c’era di sbagliato?
«Quella impostazione contrastava con l’articolo 119 della Costituzione, secondo il quale una pubblica amministrazione può contrarre un mutuo solo per finanziare un investimento. Per esempio, un Comune può chiedere un prestito per costruire scuole, strade o altre opere pubbliche durevoli. Non può farlo, invece, per coprire spese correnti, cioè per pagare i fornitori o finanziare l’ordinaria manutenzione. Il principio è semplice: entrate correnti per spese correnti; entrate in conto capitale, quindi mutui, per spese in conto capitale, cioè investimenti. Ravvisando un contrasto tra la Costituzione e la norma in questione, le sezioni unite della Corte dei conti sollevarono l’eccezione di legittimità costituzionale che la Consulta ha accolto».

La decisione della Consulta amplia la voragine nelle casse comunali. Come può uscirne l’amministrazione, visto che Napoli è in predissesto dal 2013 e i tributi hanno già raggiunto il livello massimo?
«L’amministrazione deve riscrivere il bilancio prevedendo che le spese correnti vengano coperte da entrate correnti come Imu, Ici e sanzioni per violazioni al Codice della strada. E stabilendo, viceversa, che solo gli investimenti siano coperti da prestiti».

E se ciò non fosse possibile?
«Il Comune dovrebbe bloccare la spesa, anche quella corrente. Il che non è realistico. L’alternativa è dichiarare il dissesto. In più, è possibile anche che la Corte dei conti, dopo aver verificato il mancato rispetto degli obiettivi di equilibrio del bilancio da parte dell’amministrazione, si rivolga al prefetto che ordinerà al Comune di dichiarare il dissesto».

Tra gli ostacoli c’è l’incapacità del Comune di riscuotere le multe. Cosa ne pensa?
«Occorre un censimento dei soggetti tenuti a pagare imposte e sanzioni amministrative: è indispensabile per consentire all’amministrazione di procedere alla riscossione delle somme utilizzando gli strumenti che la legge le mette a disposizione».

Altre amministrazioni si sono trovate nelle condizioni di Napoli?
«Il primo caso ha riguardato il rendiconto regionale del Piemonte tra 2013 e 2014. L’ente aveva ottenuto anticipazioni di liquidità che però aveva inserito nel capitolo di bilancio relativo alle spese correnti: prendeva i soldi in prestito, non li utilizzava per estinguere i debiti ma per finanziare la spesa corrente. Alla fine fu costretto una manovra correttiva attraverso la quale prevedere una corretta copertura alle diverse voci di spesa. Dovrà farlo anche il Comune di Napoli».