Quello della giustizia è stato il suo mondo per oltre 40 anni. Lo ha vissuto indagando sugli anni più bui della storia della nostra Repubblica e sulle inchieste più delicate, dagli anni di piombo ai sequestri eclatanti di Cirillo e Moro, alla Nco di Cutolo, imbattendosi in apparati dello Stato che trattavano con la mafia e nell’ostruzionismo dei servizi segreti. Ha concluso la carriera come presidente del Tribunale di Napoli ed è autore del libro “Il caso Cirillo. La trattativa Stato-Br-camorra” scritto dopo essere andato in pensione. Parliamo di Carlo Alemi che accetta di commentare i recente dibattito sulla giustizia, a partire dai temi della prescrizione e durata dei processi a centro della riforma voluta dal ministro Alfonso Bonafede.
Davvero con questa riforma si risolveranno i problemi di una giustizia lenta e non sempre efficace?
“Non credo. Perché non vedo la volontà vera di risolvere il problema. Ma chi vuole oggi, e veramente, che i processi durino poco? Chi lo vuole? Eppure una soluzione, se davvero la si volesse, esiste”.
Quale potrebbe essere?
“Se lo Stato vuole davvero che i processi durino poco, attrezzi i tribunali. È semplice ed è l’unica soluzione. Non parlo di magistrati ma del personale di cancelleria, perché sono loro, e non i giudici, che gestiscono il processo. E poi servono controlli severi, anche sui giudici che non lavorano perché ce ne sono, sebbene poi sono tantissimi quelli che invece il loro lavoro lo fanno fino in fondo”.
Nella sua lunga carriera ha potuto constatare gli effetti di più riforme della giustizia. Ce n’è qualcuna che è servita davvero?
“Devo dire che solo una è stata valida, consentendo di accelerare realmente i tempi. E parlo della riforma del processo del lavoro”.
Era una riforma che prevedeva un processo caratterizzato da concentrazione di atti processuali, oralità e immediatezza. Funzionava?
“All’epoca ero pretore del lavoro e si arrivava alla sentenza, dico alla sentenza, nello spazio di due, massimo tre udienze”.
Sembra fantascienza. Come ci si riusciva?
“Avevamo personale in quantità. Avevamo cancellieri e dattilografi che ci assistevano nelle udienze e riuscivamo a definire un’udienza dietro l’altra. Ecco, se si vuole che una riforma riesca bisogna dotarla di tutti i mezzi necessari”.
Quindi quale consiglio darebbe al ministro Bonafede?
“Applicare il rito del lavoro e dotare gli uffici giudiziari di tutti i mezzi per applicarlo seriamente. Iniziai con il processo del lavoro a dicembre 1973 e per quattro/cinque anni avemmo tutte le dotazioni necessarie: il processo funzionava. Ma bastò poco perché l’entusiasmo, dopo quegli anni, si raffreddasse e ci si avviasse verso il solito andazzo. Oggi forse il processo del lavoro è ancora uno di quelli che funzionano meglio, o meno male direi. Sotto alcuni aspetti il vecchio codice di procedura penale era sicuramente più produttivo perché nel momento in cui l’istruttoria veniva conclusa, le prove complicatissime acquisite nell’istruttoria venivano portate in dibattimento e lì si verificano e venivano utilizzate. Oggi no, oggi il momento fulcro è il dibattimento e tutto quello fatto in istruttoria rischia di essere buttato nel cestino e si vuole in dibattimento, dopo che sono passati dieci o più anni dai fatti, i testimoni ricordino, mentre ha più valore la verità incartata in un momento più vicino al fatto”.
Alcuni lamentano anche tempi delle indagini troppo lunghi. È così?
“Il problema sta sempre nei vuoti degli organici. Poi è anche vero che ci sono magistrati che si innamorano delle loro indagini e le portano avanti pur di dire di esserne i titolari e andare in tv. Oggi assistiamo a colleghi che scrivono libri anche su inchieste ancora in corso, non contesto chi lo fa ma credo che un po’ più di discrezione sia necessaria. Mi sono deciso a scrivere un libro quando ero in pensione e i processi abbondantemente chiusi”.
Abolire la prescrizione servirà?
“Prolungare i processi all’infinito è una cosa che non può andare bene con un criterio di vera giustizia, però nello stesso tempo sono tanti gli ostacoli che vengono frapposti affinché si abbia una giustizia più veloce e rapida, e tra questi ci metto anche le scelte processuali che tante volte portano a rallentare un processo per arrivare alla prescrizione. Il vero punto da affrontare resta sempre la dotazione di risorse da destinare al compartimento giustizia. Noi abbiamo avuto un ministero della Giustizia che non ha bandito concorsi per vent’anni e personale che si è ridotto a un terzo in questi anni, andando in pensione senza essere validamente sostituito. Come si può pretendere di fare processi in tempi ragionevoli in queste condizioni?E poi servono leggi semplici”.
In che senso?
“In Italia abbiamo un’abilità particolare nel fare leggi poco chiare che possono essere interpretate in un modo o nell’altro, eppure il legislatore fa le leggi con magistrati, avvocati e tutti i consulenti che ha nel ministero: è possibile che non si riesca a fare delle leggi semplici in modo che non possono essere usate per prolungare la durata dei processi?”.