Sparks in the dark. Luci sulla frontiera. Ci sono luci capaci di illuminare i percorsi più bui, indicando una strada diversa da quella dell’abbandono delle regole, della camorra, del degrado. E quelle luci sono i missionari metropolitani, preti di frontiera come spesso vengono chiamati, sacerdoti che scelgono di realizzare la propria missione pastorale nei quartieri più difficili della città, dal centro antico alla periferia, e di stare ogni giorno in strada, al fianco degli ultimi, lavorando tra la gente nel segno del messaggio di Papa Francesco. A Napoli hanno i nomi di don Franco Esposito, padre Antonio Loffreddo, don Gaetano Romano, don Felix Ngolo, padre Domenico Pizzuti. Le loro storie sono raccontate in “Luci sulla frontiera” (Sparks in the dark), un docufilm scritto e diretto dalla giornalista Ilaria Urbani, con la voce narrante di Roberto Saviano.
Cinquantadue minuti di vite, di impegno sociale e pastorale, di volontariato, di solidarietà e partecipazione. Un documentario che, come spiega l’autrice Ilaria Urbani, “restituisce la fotografia di una Napoli che non si rassegna alle inefficienze dello Stato, che non se ne sta ferma a lamentarsi aspettando che l’aiuto arrivi da altri. Una Napoli che si rimbocca le maniche e agisce”. Il documentario è un viaggio in questa parte della città, nelle vite della gente dei quartieri dove sacerdoti e volontari provano a offrire una chance ai più giovani, un aiuto ai più deboli, un’alternativa a chi è in difficoltà. È un viaggio nel quale si viene guidati dalla voce narrante di Roberto Saviano: dal rione Sanità dove padre Antonio Loffredo si spende tanto per i giovani del quartiere, avvicinandoli alla cultura per sottrarli al crimine e portando avanti progetti importanti come quello che ha consentito di restituire alla città le Catacombe di San Gennaro, al rione Toiano a Pozzuoli dove don Felix Ngolo, originario del Congo, si occupa dei ragazzi della baraccopoli di amianto e utilizza la passione per lo sport, e per il calcio in particolare, per progetti di integrazione, a Poggioreale, nel carcere dove don Franco Esposito si dedica ai detenuti e alle loro famiglie per ricostruire, con i valori umani e cristiani, le nuove vite di chi segue percorsi di rieducazione, fino a San Giovanni a Teduccio, il Bronx di Napoli est dove don Gaetano Romano crea possibilità per la formazione dei figli dei più poveri, e a Scampia, per anni un quartiere ghetto trasformato dalla camorra in un grande supermercato di droga all’aperto, dove padre Domenico Pizzutti costruisce percorsi di inclusione sociale per la comunità rom, ancora oggi in cerca di sistemazione.
Il documentario è stato realizzato vivendo per oltre quattro mesi a stretto contatto con i cinque sacerdoti di frontiera e con le comunità dei quartieri in cui i preti operano. E’ un viaggio e al tempo stesso una scoperta in un mondo in cui i sacerdoti di frontiera, per dirla con le parole della voce narrante, “cercano e riconoscono chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e lo fanno durare, gli danno spazio”. “Quello che mi ha più colpito – racconta Ilaria Urbani – è stato notare come la gente del posto partecipa e collabora con i sacerdoti di strada, quanti volontari ci sono, quante belle idee nascono”. Già, le idee. In fondo parte tutto da lì. Anche le idee che i sacerdoti protagonisti del docufilm hanno reso possibili con il loro impegno: “Incarnano il messaggio cristiano – spiega Urbani -, non si limitano a enunciarlo ma lo praticano ogni giorno, stando tra la gente, portando la Chiesa tra le strade, come dice Papa Francesco. Io – aggiunge – ho scoperto che questa realtà esisteva anche prima che Papa Francesco ne parlasse. Semplicemente era lì e attendeva solo di essere rappresentata”. Il documentario “Luci sulla frontiera” è stato proiettato ieri pomeriggio nella sede della Fondazione Premio Napoli, a Palazzo Reale. “Credo che questo docufilm rispecchi gli obiettivi della Fondazione e consenta dalla sede di Palazzo Reale di entrare nelle periferia e viceversa – afferma l’avvocato Domenico Ciruzzi, presidente della Fondazione -. E’ un lavoro che mette in risalto luci di cui nella realtà si sa sempre poco perché la politica, ormai sfaldata, le ignora e i media le sacrificano ai fatti di cronaca nera e giudiziaria. Cronaca che va raccontata, per carità, ma che finisce per oscurare queste luci e diffondere, soprattutto nella borghesia cittadina che vive lontana da certe realtà, la percezione che nei quartieri di periferia esista solo criminalità, solo il buio della delinquenza e non anche queste storie straordinarie che nascono dall’impegno di tanti volontari, laici e religiosi. E allora di queste luci, alla fine, ne parlano solo gli operatori culturali e gli autori di documentari. È dunque importante accendere l’attenzione su queste bellissime realtà e aiutarle a essere conosciute”. Tra gli scopi della Fondazione c’è quello di educare alla bellezza. “Per questo – aggiunge Ciruzzi – ho voluto questo evento che crea un ponte tra il centro e la periferia e la periferia e il centro”.
Alla proiezione del docufilm erano presenti anche Lorenzo Cioffi, produttore del film, e Ruggiero Sintoni produttore teatrale, oltre ad alcuni dei sacerdoti protagonisti del documentario. Le loro storie erano state già raccontate da Urbani nel suo libro “Buona novella”, edito da Guida nel 2013. Dal successo del libro è nata l’idea del documentario, idealmente dedicato a don Peppe Diana, simbolo dei preti di frontiera, ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 a Casal di Principe.