Donne fragili, intimidite dalla vita, e donne che amano avventurarsi in territori alieni con tremore e allo stesso tempo con spavalderia. Non solo “varcare i confini del quartiere”, come per Lenù e Lila, ma proiettarsi nel mondo con coraggio, nel piacere proibito dell’”oltranza”, anche se il “quartiere” è l’isola rassicurante, il bene-rifugio di cui non sappiamo fare a meno. Donne dei Quartieri Spagnoli, del Vomero, del Vasto, di Arzano, di Sorrento, di Giugliano, di Nola, di Torre Annunziata. Donne Rom, del Bangladesh, del Ghana, della Mauritania, delle Filippine. Operaie, studentesse, badanti, casalinghe, infermiere, disoccupate, scienziate, prostitute vessate da mafie indigene e d’importazione. Tutte ansiose di liberarsi dalle difficoltà e dalle angustie della vita, per contare e contarsi, oltre che per guadagnarsi, come che sia, stima, affetti, amori, opportunità, amicizie disinteressate. Antigoni sempre in allerta fra giungle urbane, pianti di bimbi, abusi domestici, serenità di breve durata, scadenze, facce sciupate allo specchio, provvisorie capitolazioni. Gladiatrici quando meno te lo aspetti. Lottatrici. In arene infuocate dove non si può sempre vincere e rialzarsi, soprattutto contro la tracotanza dei “piccoli uomini”. Inquietudini. Insofferenze salutari. Dire “basta” a voce alta, senza pensarci due volte, nel tran-tran di un giorno qualsiasi. La “pazienza delle donne”, meravigliosamente evocata da Mia Martini ne “Gli uomini non cambiano”, ha una data di scadenza. Se non è per oggi, sarà per domani.