Sorpresa: lo sviluppo fa bene all’ambiente. Detta così, e sempre che non si conoscano le dinamiche complicate della cosiddetta “curva di Kuznets”, dal nome del premio Nobel per l’economia che l’ha inventata, la cosa può suonare scontata. Ma scontata non è affatto, come risulterà al solo sostituire qualche parola con un’altra.
Lo sviluppo va inteso infatti come crescita: economica, infrastrutturale, produttiva. E crescita è il contrario di decrescita, cioè di quella idiosincrasia per la modernità che tanto piace a quelli per cui un inceneritore nel proprio territorio farebbe più danni di centinaia e centinaia di tir carichi di rifiuti mandati in giro per il mondo ad alimentare altri inceneritori, questa volta “innocenti” solo perché lontani. Insomma, lo sviluppo, cioè la crescita e non il suo contrario, fa bene a noi e al contesto in cui viviamo. Con buona pace di chi vorrebbe congelarlo per conservare le cose come stanno o, peggio, portarle indietro di secoli.
A dirlo, seppure con altre parole, è l’ultimo rapporto sull’economia del Mediterraneo curato dall’Ismed, uno dei più quotati istituti del Cnr, tra l’altro con sede a Napoli. È un documento – di 400 pagine scritto da 24 ricercatori – di cui il Riformista Napoli ha anticipato ieri l’introduzione di Salvatore Capasso. Un documento di cui si consiglia la lettura a tutti coloro che, specialmente a sinistra, hanno già ceduto o stanno per cedere alle suggestioni di un futuro che sa di passato, di piccolo è bello, di paesi contro città, di tradizioni senza innovazioni, di agricoltura senza industria, di B&b senza alberghi, di sponde senza ponti, di paesaggi senza treni veloci, valichi, metropolitane, porti, aeroporti, autostrade e inceneritori, appunto.
Tutto questo è esattamente ciò che più non piace ai Cinquestelle e agli arancioni alla de Magistris con cui il Pd dice di volersi alleare anche nei Comuni e nelle Regioni. A partire da Napoli e della Campania. Ma senza tutto questo, il futuro sarebbe peggiore e non migliore. Ecco il punto. Ci sarebbero più emissioni, più inquinamento, più spopolamento, più malattie e più decessi, e dunque altro che decrescita felice, ritorno alla natura, retorica ambientalista e fughe dalla modernità. Non solo. Proprio per non aver tirato diritto su questa strada, per non aver difeso il mercato e per non aver dato spazio e opportunità al capitale privato, l’Italia è oggi il paese dell’area mediterranea in cui, dal 2000 al 2017, si registra il peggior andamento del Pil (-3,7%), più della Grecia (-1,1%). Ed è anche il paese in cui, nello stesso periodo, il Pil per parità del potere d’acquisto è calato come in Libia, mentre ovunque, dalla Francia all’Egitto, da Israele alla Giordania, è schizzato verso l’alto.
È però questo l’orizzonte entro cui si progetta di restare a Napoli e in Campania, quando si ipotizzano certe alleanze e non altre. Quando si contesta con toni sudisti il modello Milano, e quando si porta ad esempio quello dei piccoli centri delle zone interne, immaginandoli come depositi di identità, come una sorta di friendly society, e non, piuttosto, come bisognosi di tutto e soprattutto di strade e stazioni per vincere una insopportabile marginalizzazione geografica.
La relazione tra prosperità economica ed inquinamento ambientale – spiegano i ricercatori del Cnr – non è lineare, come invece è portato a credere chi associa l’aumento dell’inquinamento al crescere della prosperità. In realtà, nei paesi più avanzati, al crescere dell’attività economica si registra persino una riduzione relativa dell’impatto ambientale. Nel concreto, ecco cosa succede.
Il costo che Egitto, Macedonia, Bosnia, Montenegro, Siria, Libia e Albania pagano, in termini di vite umane per malattie collegate all’inquinamento atmosferico, arriva ad essere dieci volte quello sostenuto dai paesi economicamente più sviluppati come la Francia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia. In termini grafici la relazione tra attività economica e inquinamento assume la forma di una U rovesciata. Vale a dire che l’impatto ambientale è forte nella prima fase dello sviluppo economico, ma cala in quella successiva, quando dall’industria si passa ai servizi. «I dati empirici – si legge nel rapporto – danno pieno supporto a questa evidenza, nota come curva di Kuznets, e anche i dati sulle economie del Mediterraneo sembrano confermare questa forma di non-linearità». I motivi sono diversi: «Paesi più ricchi possono permettersi sistemi produttivi più efficienti e relativamente meno inquinanti, inoltre con lo sviluppo e la crescita del reddito cambia la struttura produttiva e i servizi tendono a dominare su industria e agricoltura, con un impatto generalmente benefico sulle emissioni inquinanti. La crescita del reddito pro capite e della ricchezza aggregata del paese comporta anche cambiamenti nei consumi e nei sistemi di welfare. I trasporti migliorano e diventano più efficienti, la prevenzione e la cura delle patologie diventano più pervasive e efficaci. Tutti questi fattori mediano l’interazione tra reddito, inquinamento ed impatto sulla popolazione». Con effetti meno distorsivi sull’ambiente. E chi preferisce la realtà alla retorica non può, dunque, citare il Mediterraneo a sproposito.