“Le mirabolanti avventure di Diego Armando Maradona, “consacrato” sulle pagine del “Riformista-Napoli” nel “Fotoromanzo” a cura di Michele ed Eva Serio, mancano forse di un unico, prezioso, tassello per lambire i territori del poema epico, lo scatto che gli dedicò Luciano Ferrara, col campione che emergeva dal buio del sottopasso dello stadio San Paolo (era la tarda mattinata del 5 luglio del 1984), per offrirsi all’obiettivo dei fotografi, prima che alla folla che gremiva gli spalti e che impazzirà poco più tardi per i suoi palleggi augurali sul campo.

Luciano Ferrara è l’essenza stessa del fotografo che si sporca le mani immergendosi nella realtà, anche se, come confessa, «il mestiere del fotoreporter è ormai al tramonto», con la crisi della carta stampata e la fine ingloriosa dei settimanali di una volta, quelli che s’alimentavano di racconti di inviati speciali e di reportages fatti di immagini roventi. Roland Barthes ci avverte che il senso profondo della fotografia è nel dettaglio, nel particolare che sfugge al primo sguardo (qui Barthes usa una parola latina: punctum, come una vertigine di senso miniaturizzata). Luciano Ferrara ha raccontato chissà quante volte quello scatto leggendario (l’originale è nel suo studio, in forma di icona, tra le cose più care). Maradona è colto di spalle, col pantalonaccio e la maglietta bianca, sotto la folta criniera, e il “punctum” è quel piede sinistro che sembra esitare sull’orlo dello scalino, con la scarpa Nike dondolante, prima di infrangere il muro dei fotografi e darsi in pasto ai tifosi. «La magia è Diego che sale sulle punte, come un acrobata, come un danzatore, in un’ascesa allo stesso tempo titubante, una ‘elevazione’ che è anche una investitura, una promessa di futuro».

Cogliere l’”attimo fuggente”. Star lì, in quel momento, e non altrove. Sul sottopasso malamente imbiancato del San Paolo, al primo appari-re del campione, o, come accadrà anni più tardi, a ridosso di quella Vela di Scampia che crollò in una nuvola minacciosa di polvere sotto il sole impietoso di un giorno lontano. Al quartiere di Scampia, ora nuovamente investito dal “piccone demolitore” che erode la Vela Verde, Ferrara ha dedicato immagini di grande forza espressiva, a cominciare dai primi anni Ottanta, quando Scampia era giusto un’appendice della 167 di Secondigliano e i set cinematografici erano di là da venire.

Di demolizione in demolizione. Di sbriciolamento in sbriciolamento. Anche di identità, di vite vissute. Nel novembre del 1989 Luciano è nella capitale tedesca, tra danze propiziatorie dei berlinesi davanti alla Porta di Brandeburgo e martellate al muro che sembrava dividere per sempre le due Germanie. I Vopos, le guardie di confine, guardano dall’alto, non si capisce se impotenti, di fronte alla dissoluzione del-la Germania sotto controllo sovietico, o consenzienti. «Da Berlino mi spostai a Bucarest. Nuovi eventi scandivano la crisi dell’Est Europeo. La caduta di Ceausescu in Romania. Il processo che decapitava una intera classe dirigente. Lui fucilato insieme alla moglie dopo un rapido processo. I morti nudi nelle strade…».

Di crisi in crisi, di conflitto in conflitto, Luciano Ferrara è stato un testimone di prima linea dei nostri anni tumultuosi. «Ho seguito la lunga guerra in Libano e poi le crisi ripetute di quell’incubatore eterno di conflitti che è il Medio Oriente… Con un po’ di fortuna per sopravvivere e soprattutto per scattare l’immagine perfetta, quella che dice più di quello che sembra offrire». Come il sortilegio di quello scatto, il giorno in cui Maradona decise che il suo destino sportivo e umano dovesse prendere stabile dimora sulle rive del Golfo, per darci prova del suo talento smisurato su quel magico rettangolo verde dove Napoli e Barça lotteranno per un posto al sole.