Riccardo Muti lancia l’idea del Lincoln Center a Napoli, i direttori dei musei approvano, i giornali rilanciano, ma tra poco tutto finirà. Non può dirsi certo «come sempre», giacché a Napoli, in altri periodi, si sono fatte grandissime cose, ben più grandi del Lincoln Center. Ma certo si può già dire «come al solito» succede a Napoli, ormai da troppo tempo il mantra qui da noi sembra essere diventato «Yes. We can’t». Ma noi impegniamoci a resistere comunque, proviamo a progettare il futuro, anzi il presente, di questa città immobile, sicuri che ci siano energie e intelligenze capaci di farcela.

Innanzitutto domandiamoci cos’è il Lincoln Center e cosa intenderà mai Riccardo Muti per un Lincoln Center a Napoli. Come il Riformista ha già spiegato, il Lincoln Center for the Performing Arts di New York è un complesso di edifici, un enorme polo artistico della musica, della danza e dello spettacolo, nell’Upper West Side di Manhattan, fra Columbus e Amsterdam Avenue, dalla 62nd alla 66 Street. Il complesso occupa ben otto isolati, è sede di importanti istituzioni artistiche, può ospitare contemporaneamente 15mila spettatori. E il Lincoln Center è architettura, è un luogo iconico di New York, dove hanno costruito importanti architetti, Harrison, Bunshaft, Saarinen, Johnson. Diller e Scofidio hanno elaborato recentemente la riprogettazione degli spazi pubblici, la trasformazione della Central Plaza, la North Plaza, la conversione della 65th Street in una nuova arteria urbana, la trasformazione degli isolati che affacciano su Columbus e il Damrosch Park, dissolvendo i confini tra pianificazione urbana, architettura, landscape design e information design con lo scopo di trasformare il campus in un brano di città. Riccardo Muti ha proposto «un progetto come il Lincoln Center, un centro culturale di valore mondiale mettendo in connessione la biblioteca del San Pietro a Majella, i grandi musei» e così via, i grandi siti cittadini, dal San Carlo a Palazzo Reale, al Mann e a Capodimonte, un «sistema cultura» con una regia collettiva. Dunque non è solo una rete di relazioni finalmente più efficiente tra le eccellenze della città già esistenti, è anche, com’è effettivamente stato per New York, una nuova materializzazione di questi rinnovati flussi che rappresenti il sentire contemporaneo e in cui il cittadino napoletano del 2020 si possa riconoscere così come ogni altro abitante del pianeta terra stregato dalla nostra città antichissima e da domani, forse, anche moderna e efficiente.