“Ricordo come se fosse ieri il mio primo scippo, lo feci davanti ad una caserma dei vigili urbani. Uno di loro, affacciato ad un balcone a fumarsi una sigaretta, quando mi vide iniziò a inveire verbalmente poiché sarebbe stata un’impresa ardua acciuffarmi tra i vicoletti del mio quartiere. Ricordo ancora come mi sentii dopo aver corso un bel po’ nel dedalo di vicoli: mi sentivo invincibile, veloce e, finalmente, grande. Da allora il mio destino era segnato. Avevo 13 anni». Quando, qualche anno fa, a Nisida, dove ha ripreso la scuola, Giovanni ha scritto queste note, le ha intitolate Volevo diventare grande. Ora voglio guadagnarmi la giovinezza. Adesso, a 22 anni, è pizzaiolo capo in un accogliente locale della periferia di Napoli e, a giugno, prenderà la maturità. Ci sono tante storie uguali a quella di Giovanni e alcune simili anche nella successiva scelta della legalità.

Le classifiche sono inclementi: siamo al top dell’evasione scolastica e della mancata comprensione, degli alunni di medie e primi anni del superiore, della lingua italiana e, nello stesso tempo, siamo al top per numero di ragazzi in carcere e per non positive riuscite della messa alla prova. Si può essere scolasticamente “ignoranti” e muoversi nell’ambito della legge, ma trovare in carcere ragazzi ben scolarizzati non è comune. Segno che l’insuccesso scolastico è un indicatore potenzialmente predittivo di maggiori difficoltà nella crescita. Che cosa rende più a rischio, non solo di devianza, ma anche di minori opportunità di sviluppo culturale, i ragazzi del capoluogo campano? Un groviglio di difficoltà economiche, carenze sociali, diffusa sottocultura camorrista, modelli di riferimento poco costruttivi che si solidificano in un doppio vincolo marginalizzante: la carenza o addirittura il vuoto di esperienze in cui possano misurare in più ambiti le proprie capacità e la mancanza di prospettive in cui proiettare la speranza di un futuro diverso.

Forse è arrivato il momento di costituire, più che un osservatorio sulla povertà, un osservatorio sulle risorse educative. Penso a un osservatorio sulle tante esperienze positive che restano purtroppo confinate in circuiti marginali, note solo ai pochi che ne usufruiscono, mentre sarebbe di generale interesse sapere quello che di buono si fa in queste realtà. Un esempio minimo: tutti concordano sul valore educativo (e terapeutico) della scrittura, ma quando ho provato a capire quanti corsi di cosiddetta scrittura creativa vengano realizzati dalle scuole (per esempio attraverso i Pon) non sono riuscita a venirne a capo. Pare che, in virtù dell’autonomia scolastica, nessuno sia in grado di conoscere il dato generale di queste iniziative: neppure quello “quantitativo”, figuriamoci quello “qualitativo”.

La suggestione di un osservatorio viene da don Gennaro Pagano, psicologo e psicoterapeuta, autore, con Fausta Sabatano, pedagogista, entrambi impegnati nella Fondazione centro educativo diocesano Regina Pacis di Pozzuoli, di Libertà marginali La sfida educativa tra devianza, delinquenza e sistema camorrista (Guerini scientifica editore). Il testo intesse le teorie psicologiche del canadese Albert Bandura e quelle pedagogiche di Piero Bartolini con l’analisi della condizione sociale e dei riferimenti culturali, compresi quelli illegali, dei territori. L’idea è di costruire una rete con Comune, Scuole, Asl, Tribunale per i Minorenni, in modo da fare i conti, oltre che con il permanere di un certo vuoto istituzionale, con la non semplice «individuazione di una linea comune di interpretazione e di azione». Centrale, nel libro, rimane la figura dell’educatore, a cui, in contesti difficili, viene richiesto un di più di cuore, di mente e di braccia dialoganti tra loro e una disponibilità a verificare non solo la sua azione, ma le sue emozioni, che hanno parte importante nella relazione educativa.

Da pochi mesi, Gennaro Pagano è anche cappellano del carcere minorile di Nisida, che già ben conosceva perché alcuni ragazzi in uscita dall’IPM, hanno trovato casa temporanea nel Centro educativo Regina Pacis. Da questa esperienza potrebbe attingere l’intera città per quanto riguarda un punto fondamentale: scuola al primo posto, ma scuola insieme ad attività formative, culturali, ludiche, sportive. Perché rifarsi solo alla scuola è una forma di delirio che dall’onnipotenza si risolve spesso nell’impotenza.