Manuela Lucenteforte è una giovane dottoressa campana, specializzanda in Anestesia e Rianimazione a Milano. Attualmente lavora in prima linea contro il Coronavirus nel reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo. Ha scritto al Riformista una testimonianza del suo lavoro.

Mi sono trasferita a Milano per iniziare la specializzazione in anestesia, rianimazione e terapia del dolore. E, dopo alcune esperienze in Israele, Messico ed Etiopia, inaspettatamente, mi sono ritrovata di nuovo in Lombardia, nel pieno di un’emergenza senza eguali. Ora sono a Bergamo, lavoro qui da due settimane, presso uno degli ospedali maggiormente coinvolti nell’emergenza Covid. Non ho battuto ciglio quando, da un ospedale di Milano, meno interessato alla problematica, sono stata spostata nell’aria bergamasca. In realtà non vedevo l’ora di poter dare un aiuto più concreto dove ce ne fosse bisogno, cosa che già era capitata ad altre mie giovani colleghe. Avevo l’impressione che fino a quel momento nessuno mi considerasse solo perché al primo anno di specializzazione. Pur consapevole sin dall’inizio della necessità di personale “esperto”, ho capito di poter donare anch’io un contributo.

Se da un lato ho fermamente seguito il mio istinto con caparbietà e determinazione, dall’altro ho avuto sempre la sicurezza di non essere sola e questo mi ha sempre aiutato. Sono cosciente che non sono stata e non sarò l’unica ad essersi trasferita a diciotto anni per inseguire “un’ambizione”, ne l’unica a vivere esperienze professionali e di volontariato in altri Paesi. Ci sono tanti giovani, bravi medici, intraprendenti biologi, curiosi antropologi che rincorrono come me le loro passioni. Ognuno di noi sa che tutto ciò ti costringe ad allontanarti dalla tua famiglia, dai tuoi amici, dalla tua Terra, ma allo stesso modo è consapevole che pur lontano mai si distaccherà dalle sue radici, quelle radici che continuiamo ad onorare con le nostre azioni e il nostro lavoro. Sono sicura che le esperienze vissute, soprattutto quella in Africa, mi abbiano temprato, i miei occhi hanno fatto esercizio, hanno incamerato immagini dure, crude, all’apparenza senza senso, ma al dolore non si ci può abituare. Così arrivata nel reparto di terapia intensiva Covid, uno dei tanti aperti qui all’interno dell’ospedale Giovanni XXIII, ho trovato una calma apparente che, in realtà, nasconde molte difficoltà tecniche ed umane.

Vorrei sollevare qualche piccola riflessione. Milano, Bergamo e tutte le altre città d’Italia e del mondo quando le guardi dalla finestra, dal televisore, dai social sembrano spettrali, svuotate di “vita”, sembra quasi che il tempo si sia fermato. In corsia o in reparto, invece, sembra che scorra fin troppo velocemente. Senti la pressione delle persone che aspettano in pronto soccorso per avere un posto in rianimazione, dei parenti che vogliono sapere come sta il proprio caro, degli infermieri che, stanchi dopo 10 ore di lavoro, ancora si preoccupano di accarezzare i pazienti che seguono, prima di andare via a fine turno. Noi esseri umani siamo complessi, nel senso più profondo del termine, abbiamo lati positivi e altri negativi ma quando penso ai tanti giovani che si sono messi in campo per quest’emergenza, i miei pensieri diventano più positivi ed ottimistici. Non possiamo risanare in poche settimane un sistema che è stato mortificato per anni, depredato delle ricchezze che gli spettavano, indebolito da interessi che nulla hanno a che vedere con la salute delle persone. Tuttavia, penso che abbiamo tutte le carte in regola per poterci tirare su, ricostruire ciò che abbiamo distrutto, risanare ciò che abbiamo maltrattato, e soprattutto, avere occasioni per poter realizzare ciò che desideriamo.

Mi dispiace, ma essere medico non vuol dire essere un eroe, dissento da quest’appellativo che ultimamente colora spesso le pagine dei giornali. Nonostante il mio impegno costante sono solo all’inizio del mio percorso ma, calandomi umilmente nella “categoria”, mi sento di dire che siamo solo lavoratori “appassionati” che onorano le loro vocazioni. Lavoriamo ora a questa emergenza, ma abbiamo lavorato anche in passato, esattamente con la stessa dedizione, la stessa passione, la stessa curiosità affrontando altri momenti difficili, solo che molti se ne stanno accorgendo solo adesso. Rianimatori, intensivisti, anestesisti sono una categoria poco conosciuta, tanti non sanno nemmeno quale sia il nostro ruolo, ma non è questo il problema. Il fatto è che non è possibile svegliarsi all’improvviso e voler risanare da un giorno all’altro un sistema che fa acqua da tutte le parti e solo in base all’urgenza del momento, ma è necessario un lavoro più cauto, duraturo, costante, attento. La mia vuole essere una critica positiva e propositiva.

Vorrei che si ricominciasse da qui, da questa situazione surreale in cui ci troviamo, per cambiare le storture della nostra società. Questa è la nostra occasione. Ricominciamo ad investire nel sistema sanitario, nella ricerca, nei giovani (che si mettono in campo senza risparmiare neanche un granello d’energia), nell’istruzione, nella salute in senso lato, nei veri valori. Anche chi è a casa in questo momento sta aiutando il sistema a rispondere a quest’emergenza. Restare a casa sul serio, non uscire tutti i giorni a fare la spesa, fare esercizio fisico nella propria stanza o nel cortile di casa, riuscire a trovare un modo costruttivo per passare queste giornate, è un aiuto veramente concreto. Meno persone in giro, meno contagi, meno pazienti che si aggravano, meno ingressi in pronto soccorso, meno posti letto necessari in terapia intensiva, meno vite a rischio, più vita per tutti. Spesso ci si lamenta di non avere tempo, adesso chi è a casa ne ha e può sfruttarlo nel miglior modo possibile. Come genere umano ci sappiamo reinventare, l’abbiamo sempre fatto, possiamo utilizzare al meglio la nostra parte positiva anche stavolta. Ognuno può contribuire per lo stesso obiettivo. E, anche se fisicamente distanti, siamo tutti profondamente vicini.