Cambiare punto di vista è il primo passo per scorgere una via alternativa. E così può capitare che dei detenuti possano trovarsi a lavorare dall’altro lato della barricata, negli uffici giudiziari, tra magistrati e forze dell’ordine.

Il progetto nasce dall’intesa tra la Procura di Napoli, il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria e il garante regionale dei detenuti e porterà 15 reclusi napoletani, attualmente nei penitenziari di Poggioreale e Scampia, a lavorare per un anno insieme al personale amministrativo dei tribunali. Un esperimento innovativo, fortemente voluto dal procuratore di Napoli Gianni Melillo che già in passato si era schierato a favore di una maggiore tutela dei diritti all’interno del circuito penitenziario, soprattutto in un’ottica di recupero sociale. Un obiettivo, quest’ultimo, scritto nella Costituzione che, all’articolo 27, sancisce che «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
Quelli di Napoli, tuttavia, non saranno i primi uffici giudiziari in Italia ad aprire le porte ai detenuti-lavoratori. Convenzioni simili sono state firmate nei mesi scorsi a Lecce, Taranto e prima ancora, nel 2012, in Sardegna tra la Procura di Cagliari e la Regione. In questi casi ai detenuti sono stati affidati compiti diversi: dalla scannerizzazione dei fascicoli giudiziari alle attività di manutenzione dei locali, passando per le opere di giardinaggio delle aiuole antistanti i tribunali.

Il progetto napoletano, che coinvolge un numero di persone più alto che altrove ma per il quale non sono ancora state individuate le coperture economiche, prevede che ai beneficiari di questo provvedimento venga affidata la movimentazione interna dei fascicoli, ovvero il trasporto degli atti tra un ufficio e l’altro. Un compito delicato, perché i detenuti sarebbero quotidianamente a contatto con informazioni sensibili, e che ha fatto nascere non poche polemiche sul rispetto degli standard di sicurezza. Del resto, del fatto che si tratti di un progetto ambizioso e coraggioso ma da maneggiare con cura ne è convinta anche Maria Franco, una vita trascorsa nel carcere minorile di Nisida a insegnare italiano tra i ragazzi. Un impegno premiato nel 2017 con l’Italian teacher prize, il riconoscimento destinato ai migliori insegnanti del Paese.

«Fornire una serie di opportunità alle persone in carcere deve diventare un punto fondante del nostro vivere civile. Altrimenti il concetto di rieducazione sancito dalla Costituzione non ha motivo di esistere – spiega la professoressa –. Ma ogni provvedimento di questo tipo può essere preso solo alla luce di un’attenta analisi del percorso svolto da ciascun detenuto».

L’accordo sancito prevede, infatti, che i beneficiari siano individuati tra i detenuti giudicati più inclini a questo tipo di attività dal provveditorato e solo dopo che il magistrato di sorveglianza avrà autorizzato i permessi lavorativi. Insomma, i margini di manovra sono piuttosto stretti.

«Sarà necessario valutare la storia, le motivazione e, perché no?, anche le competenze di ciascun possibile beneficiario», commenta Maria Franco. E aggiunge: «Non si pensi che perché una persona è finita in carcere sia in grado di svolgere solo lavori manuali o poco qualificati. Ci sono persone con bagagli di conoscenze diversi tra loro e tante altre che iniziano a studiare proprio durante il periodo di detenzione. Un lavoro come quello previsto da questa nuova intesa, che richiede affidabilità e competenza, può essere un’ottima opportunità per acquisire una nuova professionalità».

Ma l’insegnante originaria di Reggio Calabria mette in guardia dal pericolo di un approccio troppo semplicista che porterebbe inevitabilmente a pericolose falle nella sicurezza. Pur mantenendo la necessaria apertura sul tema, non si può trattare l’argomento con superficialità. «Ho trascorso tutta la vita nelle carceri, ho parlato con centinaia di persone e ho conosciuto storie molto diverse – spiega la professoressa Franco –. E ho capito una cosa: ci sono persone che vogliono davvero cambiare e aspettano solo un’occasione per farlo. Ma ce ne sono altre che non hanno alcuna intenzione di tagliare con il loro passato. E questo non si può ignorare».