Caro Direttore, ti sono grato per avermi voluto con te in questa nuova avventura editoriale. Anch’io napoletano, ma “emigrante” in Svizzera dove vivo e lavoro da docente e ricercatore, nonché cittadino del mondo per vocazione e per fato. Nel guardare alla nostra città e al nostro Sud da questo osservatorio privilegiato, spesso le criticità appaiono sfumate, mentre gli aspetti positivi e le eccellenze si amplificano grazie al ricordo e all’amore incrollabile verso questa terra, nella quale contraddizioni e problemi sono ormai endemici. Interagisco spesso con giovani e meno giovani colleghi napoletani e campani, anch’essi “in fuga”, come si abusa dire. Con un’efficienza vicina al 100% constato il loro assoluto valore, le grandi capacità finalmente espresse, le loro doti umane e professionali, e l’amaro in bocca che hanno quando fatalmente si comincia a parlare di quanto lasciato alle spalle. Non ti parlerò di fuga dei cervelli e del loro rientro. Quasi un mantra, recitato da politici, giornalisti, addetti ai lavori e, ormai, dalla società tutta. Un ripetere sempre le stesse considerazioni, forse anche un po’ per mettersi la coscienza a posto, convinti che il problema non presenta soluzioni. O no? Magari sì, ma soltanto se alla fine si riusciranno a curare le cause profonde della malattia e non soltanto ad abbassare la febbre. Le ricette per “il riscatto”, “la rinascita”, “la ripartenza” si sprecano, come le medicine. Io ne ho tre, tre parole d’ordine imprescindibili dalle quali partire senza sprintare, ma da fondisti; realisticamente per invertire la rotta o, con più ottimismo, per favorire i timidi segnali positivi: giovani, cultura, innovazione. Le tre parole si declinano e si combinano come in un gioco enigmistico, nel quale ciascuna ha effetti sulle altre. Ma oggi le statistiche impietose parlano di un analfabetismo funzionale significativamente alto nella nostra regione. Senza cultura, i giovani, la classe dirigente del futuro, non potrà far ruotare il volano dell’innovazione, il solo in grado di generare sviluppo stabile e duraturo. Tuttavia, saranno proprio loro a dover raccogliere le sfide di un mondo globale in tumultuoso cambiamento, in cui sempre di più non esisteranno rendite acquisite ma solo un’unica grande competizione planetaria. Ma, come recita il detto, “non si fanno i matrimoni con i fichi secchi”. E noi, qui, penalizzati dalla mancanza di adeguate opportunità, dalla burocrazia, dall’inefficienza e farraginosità nell’uso dei fondi pubblici — spesso disponibili ma male utilizzati — e dalla carenza di investimenti privati, di fatto quasi totalmente assenti. Una situazione complessa, ma a mio avviso affrontabile, a patto di crederci e lavorarci sodo. Ne riparleremo.
* Università di Berna