La sentenza 4/2020 della Corte Costituzionale sul bilancio del Comune di Napoli recita: «Utilizzare le anticipazioni dello Stato per coprire disavanzi nascosti dei Comuni o per liberare risorse per altre spese è Illegittimo». La decisione della Consulta ha imposto il ricalcolo del disavanzo, che aumenta di un miliardo di euro, schizzando alla cifra mostruosa di quasi 3 miliardi. Con la Iervolino ammontava a 800 milioni. Da precisare che la Corte dei Conti aveva già, di fatto, bocciato il bilancio di Palazzo San Giacomo e il Comune di Napoli aveva già ottenuto, in due diverse occasioni, due miliardi (uno più uno) di anticipazioni di liquidità dal governo nazionale. La prima volta fu nel 2012 quando chi scrive era assessore al Patrimonio. La Giunta allora s’ impegnò a restituire il 55% del prestito con le dismissioni di immobili del proprio patrimonio. Ebbene nel 2012 riuscimmo a vendere 3.000 immobili, poi le dismissioni, incredibilmente, negli anni successivi, si bloccarono. Ciò contribuì a far saltare il piano di rientro. Il Patrimonio doveva essere tra le principali leve per il risanamento dei conti dell’Ente.

L’obiettivo era quello di alienare 15.000 immobili: ciò, oltre a consentire un introito di più di 500 milioni di euro, avrebbe avuto una ricaduta positiva in termini di abbattimento dei costi per manutenzioni ed altri servizi, come pulizia, giardinaggio ecc., tutti a carico del Comune. Oggi un patrimonio immobiliare stimabile in circa 63.000 unità (tra edilizia popolare, patrimonio storico, immobili di pregio) di fatto non produce reddito, ma solo costi per servizi da erogare. Con la delibera num. 1289 del 19 novembre 2012, a firma del sottoscritto e dei colleghi Narducci e Realfonso, definimmo una serie di obiettivi strategici, indilazionabili: adeguare i canoni di locazione (di frequente irrisori) ai valori del mercato, evitare discrezionalità nelle assegnazioni ed il ricorso, illegittimo, al comodato gratuito, ridurre i fitti passivi, spesso inutili. Avviammo un’attività significativa in tale direzione, tra mille ostacoli e resistenze, riuscendo, tra l’altro, a ridurre i fitti passivi per 2 milioni e mezzo all’anno. Poi, è noto, il sottoscritto, Narducci e Realfonso furono messi in condizioni di lasciare. Una delibera, istruita dal sottoscritto e dagli uffici, e proposta in Giunta dall’Assessore Piscopo (nuovo titolare, per pochi mesi, della delega al patrimonio) per disdire canoni troppo bassi e assegnazioni non legittime fu incredibilmente rispedita al mittente e mai più approvata.

Ancor più grave la situazione relativa ai ratei attivi. Semplifico: su 1000 multe il Comune ne incassa 200, il 20%, e su 1000 tributi 400, il 40%. Tutto ciò contribuisce a far sì che le tariffe comunali siano le più alte d’Italia. Si tratterà, ovviamente, di “crediti inesigibili”, su cui la stessa Corte dei Conti si è espressa con accenti di grande preoccupazione. Le affissioni pubblicitarie, invece di rappresentare fonte di reddito, costituiscono, incredibilmente, un costo, 3 milioni devoluti ai concessionari per 1,5 milioni di introito. Per quanto riguarda il Cosap (il canone di occupazione suoli e spazi pubblici), in intere aree della città si registrano un’evasione ed un’elusione pressoché totali, su altre le indennità risultano irrisorie. Si pensi che il Comune di Napoli introita un settimo del Comune di Torino, a fronte di un suolo occupato molto più esteso. E poi c’è il capitolo delle partecipate, fallite o decotte: Bagnolifutura, a cui sono stati destinati 3 milioni e immobili, con il Parco dello Sport, la Porta del Parco e il Turtle point, finiti in revocatoria; A.n.m, finita in concordato preventivo dal 2018, con appena 250 vetture in circolo delle 900 della gestione Bassolino e la cancellazione di quasi tutte le tratte extraurbane, come le aree giuglianese e quella vesuviana; le Terme di Agnano, un rudere a cielo aperto, di fatto fallite; Asia in gravissima sofferenza e con una delle 3 banche principali, l’International Factor, che ha revocato la linea di credito.

E poi c’è Napoli Servizi, la società multiservizi in-house del Comune, per la quale gli stessi revisori, scelti dal Comune, hanno bocciato il bilancio ed è ora sull’orlo del fallimento. Fatti, dati, non opinioni! Tornando sul cosiddetto decreto salva de Magistris, è opportuno precisare come non assegni un solo euro al Comune, non risolva alcuna delle drammatiche questioni citate e non fornisca alcun contributo al risanamento! L’ onorevole Vincenzo Presutto del Movimento 5 Stelle, censurando l’emendamento proposto da una sua collega pentastellato e da un deputato del Pd, insieme ai consiglieri comunali e alla stragrande maggioranza dei consiglieri regionali grillini sottolinea come sia «inammissibile non operare una distinzione tra comuni che ripropongono condotte censurabili sul piano della gestione finanziaria (Napoli, ndr) ed altri che, ancorché ancora in sofferenza, si siano segnalati per aver intrapreso la via del risanamento».

Anche nel Partito democratico e nel mondo della sinistra non son mancate le critiche al decreto: da Valente a Marciano, da Venanzoni a Marone, passando per Pennella e Allodi. Francesco Marone, giovane e preparato costituzionalista, membro dell’esecutivo metropolitano del Pd ha scritto: «Si approva una norma per consentire un po’ di maquillage al bilancio e si rinvia ancora la dichiarazione di dissesto. Questa non è una soluzione per la Città. Il dissesto blocca la spesa (dicono i benpensanti), ma la spesa è già bloccata! Comunque il dissesto avrebbe avviato finalmente un percorso di risanamento».