Da giorni la vicenda della presunta violenza sessuale che vede protagonisti un professore dell’Accademia di Belle Arti e l’ex studentessa che lo ha denunciato non è più soltanto un caso giudiziario ma sta diventando un caso mediatico di proporzioni sempre più ampie. Presunti testimoni o presunte nuove vittime del docente indagato si stanno facendo avanti, ma nessuno si è presentato in Procura, nessuno ha scelto di raccontare ciò che dice di aver visto, saputo o subìto a polizia, carabinieri o magistrati. Le testimonianze, in questi giorni, si stanno moltiplicando sui social, attraverso post su Facebook, messaggi su chat, video pubblicati online.

Al di là di quello che accerteranno le indagini e del fatto che il prof sia realmente colpevole o innocente, questo dei testimoni che parlano sul web ma non agli inquirenti è un dato che spinge a una riflessione. Quanta distanza c’è tra la giustizia e la vita reale? È solo una questione di sfiducia nella giustizia oppure c’è un desiderio di clamore che prevale?Dall’altra sera il prof, indagato, si è dimesso e da giorni è chiuso nel silenzio: i suoi avvocati Maurizio Sica e Lucilla Longone spiegano che è una scelta dettata dalla volontà di non esporre, a sua volta, la ragazza a una nuova gogna mediatica rendendo noti i dettagli della relazione tra i due, dettagli che la difesa ha scelto invece di racchiudere in un faldone presentato in Procura ai pm che conducono l’inchiesta.

“L’Accademia perde un docente di grande esperienza e grande bravura che ha saputo dare molto ai suoi allievi e a questo luogo”, ha fatto sapere Giulio Baffi, presidente dell’Accademia di Belle Arti, dicendosi “profondamente addolorato per tutto quanto accaduto” e parlando anche a nome del direttore Giuseppe Gaeta e della Consulta degli studenti. La priorità in Accademia è ora tutelare gli allievi e riprendere il normale corso delle attività. In Procura l’obiettivo del pm Curatoli del pool coordinato dall’aggiunto Falcone è svolgere tutti gli accertamenti necessari per far luce sul caso, ma ci sono tempi burocratici da rispettare per le indagini tecniche e solo il 5 marzo sarà possibile svolgere l’esame sui telefoni cellulari di prof e studentessa per risalire a dati che potranno rivelarsi utili alla ricostruzione dei fatti.

Nei prossimi giorni potrebbe essere convocato in Procura per essere ascoltato come persona informata il direttore dell’Accademia. Intanto i tempi del processo mediatico premono sull’acceleratore e sul web si moltiplicano commenti, testimonianze, addirittura video con collage di immagini e frasi, “notizie parcellizzate” secondo la difesa del prof, realizzate ad hoc per creare la “gogna mediatica”. Perché sta accadendo tutto questo? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Giovanna Cacciapuoti, penalista che da tempo si occupa di processi per reati di violenze di genere e collabora con il centro antiviolenza Aurora e lo sportello Dafne presso l’ospedale Cardarelli.

Perché vittime o presunte tali, testimoni, persone che si dicono a conoscenza dei fatti, scelgono il web piuttosto che rivolgersi agli inquirenti?
“Forse non essendoci immediatezza tra la denuncia e la condanna, molte persone si sentono sfiduciate nell’andamento della giustizia. Il che non significa responsabilità dei magistrati. Purtroppo è la nostra legge che ha maglie troppo larghe e tempi troppo lunghi, i magistrati non fanno altro che applicare la legge. Potrebbe essere questa una motivazione per cui queste persone hanno pensato di rivolgersi ai social piuttosto che all’autorità giudiziaria”.

Ma in questo modo non si rischia di passare dalla ragione al torto, mettendo in moto un meccanismo in un certo senso violento come la gogna pubblica?
“Chi ha realmente subìto una violenza, dando per avvenuto il fatto, spesso desidera più la condanna di fronte all’opinione pubblica che la condanna penale”.

Si torna al tema della sfiducia nella giustizia, quindi…
“Purtroppo i tempi medi di un processo sono di circa sei o sette anni. Sono tempi dettati anche dal fatto che bisogna garantire l’indagato che fino a prova contraria è da considerarsi innocente come è giusto che sia in uno Stato di diritto. Ma per la vittima sono tempi lunghissimi. Inoltre i processi sono troppi perché troppi stanno diventando i casi”.

La nuova legge sul Codice rosso non ha risolto i problemi?
“Ha introdotto importanti modifiche ma non ha risolto tutte le criticità. Bisognerebbe agire diversamente su vari fronti: innanzitutto investire sull’organico, perché se ogni magistrato ha, ogni giorno, dieci denunce per Codice rosso non ce la potrà mai fare a risolvere il problema, è umanamente impossibile, e considerato che ogni magistrato ha un cancelliere e due assistenti di pg non ce la farà mai a citare per ogni Codice rosso due testimoni e sentire in un giorno quindi venti testimoni. Di conseguenza i tempi si allungano. E poi c’è da affrontare la questione culturale e sociale: bisogna educare i giovani ai sentimenti e anche a un uso corretto dei social. Occorre un impegno su più livelli che coinvolga le scuole, le famiglie, le istituzioni. Perché quello della violenza di genere è un fenomeno che non si può risolvere soltanto con una legge”.