Migliaia di visitatori sono rimasti impigliati nell’incantesimo della mostra “Napoli. Napoli di lava, porcellana e musica” in corso al Museo di Capodimonte fino al prossimo 21 giugno. Si è parlato di magia, di bellezza, di disvelamento del mondo voluto dai Borbone per la capitale del Regno. E si è dato il giusto merito al direttore del Museo, Sylvain Bellenger, che ha fortemente voluto l’esposizione. E non a caso, infatti, è la sua voce a guidare per le 18 sale della “reggia di campagna” i visitatori: un tuffo miracoloso nella bellezza possibile di questa terra e di questa città.

Ma forse non si è sottolineata abbastanza la valenza “politica” della Mostra, che individua nei tre elementi conduttori, linfe essenziali della natura napoletana, per una volta ben convogliate alla costruzione e non all’inazione; alla cura invece dell’abbandono; alla bellezza come obiettivo e non come alibi di disimpegno. Lava, infatti, è il vulcano delle inesauribili risorse di un popolo adattabile a tutto, ma che saprebbe anche perfezionare l’armonia, se ben guidata e ben indirizzata. La porcellana, è la potenziale declinazione a trasformare sensibilità in arte. E la Musica, infine, che ben oltre ogni oleografia, è possibile pentagramma interiore di un’anima collettiva, che non ha paragoni altrove nel mondo.

Non si fa qui sciocca elegia del governo dei Borboni. Si osserva invece, banalmente ma con sgomento, che sempre in questa città, quando ci sia stata sapienza, illuminazione e rispetto dei valori, c’è stato un fiorire di bellezza e di originalità che hanno fatto scuola nel mondo.  Basterebbe il minimo esempio (su migliaia di meraviglie) dei due preziosi “pianoforti a tavolo” che la zarina Caterina, imperatrice di tutte le Russie, regalò a due compositori Paisiello e Cimarosa che qui fecero della Scuola Napoletana un modello indispensabile anche per il giovane Mozart che, necessariamente, per diverse settimane soggiornò a Napoli. Perché Napoli era mondo, era Europa, prima ancora che queste due parole diventassero concetti politici. E lo era grazie a un governo delle cose e degli intenti. Per un disegno. Quale? Potremmo dire: la bellezza funzionale. La quale, a ben vedere, è anche educatrice, e foriera di crescita sociale, culturale, civile, ben oltre la dirompente frase dell’Idiota di Dostoevskij sulla <bellezza che salverà il mondo…>. Perché essa può essere motore per far funzionare le cose, per produrre servizi, ricchezza. Civiltà.

E infatti, guarda caso, basta solo entrare nei cancelli del Parco di Capodimonte, che già sembra di stare in un’altra città, dove nessuno più butta una cicca di gomma o di sigaretta per terra. E da dove si vede la linea di costa dove fu costruita la prima ferrovia italiana 180 anni fa. Nella città della Lava, della Porcellana e della Musica, quel treno funzionava meglio della metropolitana che due giorni fa ha rischiato di fare una strage per cattiva gestione. Forse la Mostra si poteva intitolare anche “Olim meminisse juvabit” – a volte vale la pena ricordare – Così, come ispirazione per chi volesse dirigere e governare davvero la città. Ma anche per i suoi abitanti.