Il confronto sviluppatosi su le pagine de il Riformista a partire inizialmente dal disegno di legge regionale in materia di governo del territorio è proseguito in seguito su temi, il ruolo dell’architettura contemporanea, e luoghi, Napoli metropolitana, che sembrano evocare questioni altre dal contesto urbanistico. Fuori tempo massimo, mi sembra di assistere agli scontri disciplinari, tutti interni alla comunità degli architetti di molti anni fa, tra sostenitori della cultura del progetto ovvero del primato della politica di piano. Affrontare oggi il tema del rinnovamento urbano, il rilancio dei nostri territori e città, con categorie concettuali simili non ci porterebbe molto lontano. E di certo, i termini con cui confrontarsi non possono ridursi ad uno scontro tra vecchi e nuovi assessori, chiamandosi fuori da un dibattito, questo si drammaticamente attuale, in nome di una presunta autonomia dell’architettura e del progetto. Perché si possa promuovere e realizzare della buona architettura, alle nostre latitudini, favorendo processi di rinnovo e modernizzazione, in particolare dello spazio urbano, occorre un ambiente normativo e regolamentare che lo consenta. Che questo poi sia sufficiente da solo a modernizzare città e territori nessuno lo immagina.

Ma, ribadisco, se prima non si determinano le pre-condizioni, a livello di legislazione e poi di pianificazione, perché molti interventi possano vedere la luce, è naturale che accade quello che, in molti che sono già intervenuti su queste pagine, lamentano, con riferimento alla storia più recente di Napoli. Ma, una legge o un piano, non bastano. Perché i nostri territori possano rilanciarsi, dentro una prospettiva di sviluppo sostenibile, riconoscendo all’architettura un ruolo di primo piano, nel ridisegno dei paesaggi, nella riqualificazione ambientale, nella infrastrutturazione e dotazione di servizi, nella modernizzazione del patrimonio edilizio (beninteso, in equilibrio con parti, tessuti ed edifici del passato da tutelare e valorizzare) occorrono un progetto e una visione e, soprattutto, una comunità che spinge in direzione della costruzione di un’idea di futuro.

Le città, come gli edifici che la compongono, sono l’espressione degli uomini e delle donne che li hanno costruiti e li abitano. Più che domandarci perché a Napoli non si realizzano tanti progetti, che pure sono stati redatti nel corso degli ultimi decenni, e per la scarsissima incidenza dell’architettura contemporanea nella realtà cittadina, dovremmo dunque interrogarci sul perché complessivamente i napoletani ( i suoi rappresentanti istituzionali e politici, la classe dirigente, i cittadini più in generale) abbiano smesso di immaginare e desiderare una città in parte anche nuova (tenendo fede così anche al toponimo di Napoli che è, per definizione, città nuova). Potremmo allora scoprire che è ormai troppo tempo che il sentimento più diffuso non è quello di andare incontro al futuro quanto piuttosto rifugiarsi nelle memorie, nella nostalgia, nel consumo del patrimonio ereditato, alla stregua di quei vecchi aristocratici che, perduto ogni avere, si riducono ad una grama sopravvivenza, svendendo ogni tanto qualche bene di famiglia.

Nel frattempo la competizione tra città non si arresta, a volte addirittura affiancando quella tra sistemi-paese. Le moderne metropoli crescono, per popolazione, dimensione, ruolo e ricchezza. Una nuova geografia si sostituisce, nella carta politica europea e mondiale, definendo innovative reti, connessioni e nodi. Le città che non tengono il passo restano ai margini, nuove periferie in un ordine globalizzato. Le città che hanno raccolto la sfida si misurano dentro una dimensione mutata di problemi ed obiettivi, quali la transizione ecologica e i cambiamenti climatici, l’accoglienza e l’inclusività, la gestione dei rifiuti, l’approvvigionamento energetico, una mobilità alternativa e sostenibile. Attrezzandosi con strumenti innovativi e attivando politiche coerenti o sperimentando buone pratiche. Siamo tutti coinvolti, a qualunque titolo, in una battaglia che rappresenta la premessa di ogni altro discorso, l’affermazione cioè che non vogliamo rinunciare a costruire, e prima ancora ad immaginare, un futuro possibile per noi e per i luoghi che abbiamo scelto di abitare. D’altronde, quale altro è il significato dell’architettura, e per essa del progetto, se non quello di una prefigurazione di un assetto oltre quello esistente, l’idea di ciò che potrà venire dopo il presente?