Colto e accorato, l’appello di Aldo di Chio dovrebbe scuotere una città afflitta da torpore, ripiegata su se stessa, diffidente, sfiduciata, incapace di cogliere occasioni, disinteressata al futuro perché intimamente (e paradossalmente) convinta che da questo ci si debba difendere. Eppure Napoli è una grande città metropolitana, ricca di risorse, opportunità ed eccezionali singole realtà creative che raggiungono vette quando l’energia che le anima è libera, non deve sottostare ad ostacoli impropri. L’appello però riguarda l’architettura, la necessità di trasformare gli ambienti di vita evitando la paralizzante nostalgia del passato che ci connota, qui peraltro accentuata e narcotizzante.

A gennaio Robinson -supplemeno di “La Repubblica”- sostenendo che “trent’anni è il tempo massimo di una previsione attendibile”, riportava le previsioni al 2050 di 20 autorevoli personalità: non un cenno al futuro delle città. Mesi prima, nel III° incontro dei Futuristi Italiani, si notava sia che il futuro al 2050 non sarà che quanto si progetta adesso -come l’oggi è sostanzialmente quanto si è progettato 30 anni fa- sia che quasi tutti gli indicatori mostrano un presente migliore del passato. Anche il futuro può essere migliore del presente. Non tutti però sono d’accordo. Con oltre 100.000 membri su Facebook, Napoli Retrò aggiunge di continuo immagini, video, documenti, simulazioni, ricostruzioni che alimentano nostalgie e rimpianti. Sarebbe interessante affiancarle un gruppo che discuta su concrete ambizioni di futuro. Infatti per gli storici del futuro gli antichi siamo noi: meraviglioso metterli in condizione di raccontare che Napoli cambiò di nuovo rotta a metà del XXI secolo e di poterci ricordare come quelli che generarono la svolta dando avvio a sostanziali mutazioni di mentalità.

Adeguare singoli edifici a esigenze energetiche, azioni sismiche, decoro, mutazioni funzionali, realizza buone cose ma non rinnova la città. Ridisegnare marciapiedi, modificare sensi unici, introdurre piste ciclabili: ancora buone cose ma anche queste non rinnovano la città. Rinnovare non è “rammendare”, ma trasformare, affrontare simultaneamente più piani, intrecciare obiettivi diversi. Presuppone mutazioni di mentalità.

L’architettura non va ridotta alla bellezza formale dei singoli edifici. Una città non è una sommatoria di edifici: è un insieme di luoghi, di edifici, legami, informazioni, memorie. Le città hanno sempre avuto esigenza di adeguarsi al mutare delle esigenze, a nuove sensibilità, soprattutto al sopravvenire di mutazioni culturali. Parafrasando De Carlo, l’urbanistica e la trasformazione degli ambienti di vita sono troppo importanti per essere lasciate solo agli architetti. Incidono sostanzialmente su benessere, economia, sicurezza e felicità di chi li abita: sono fra gli strumenti primari di una vera politica. Ed è stato sempre così. Fra le felici rigenerazioni urbane del passato non è inutile ricordarne una di 2.500 anni fa. Alla guida di Atene dal 461 a.C., Pericle avviò un vigoroso progetto edilizio per la città. Nel 447 iniziò la costruzione del Partenone, ultimato nel 432. L’anno successivo, nel Discorso agli Ateniesi, Pericle spiegò il senso di trent’anni del suo agire: “Qui ad Atene noi facciamo così”. Questa antica rigenerazione è emblematica del rapporto virtuoso fra forma della città, benessere e democrazia.