Succede che una serie di successo come “L’amica geniale”, seguita in napoletano persino dagli americani, diventi l’ennesimo specchio delle fratture che attraversano il nostro Paese. Come può farlo un prodotto televisivo che tratta temi così universali ed è apprezzato in tutto il mondo? Gli ultimi episodi dell’adattamento tv dei romanzi di Elena Ferrante andati in onda lunedì scorso, il terzo e quarto della seconda stagione, sono stati un successo e hanno attirato oltre sei milioni e mezzo di spettatori, pari al 27,8% di share. Se analizziamo i dati auditel nel dettaglio, tuttavia, salta all’occhio che la serie diretta da Saverio Costanzo è apprezzatissima al Centro-Sud, ma non in egual misura al Nord. Un esempio: il 52,1% degli spettatori molisani e il 50,3% di quelli campani (più di uno su due) lunedì sera erano sintonizzati su Rai Uno, mentre solo il 13,6% dei friulani e il 3,9% dei telespettatori residenti in Valle d’Aosta hanno preferito le pene d’amore di Lenù agli psicodrammi di Antonella Elia al Grande Fratello Vip. Colpa del napoletano? Dei sottotitoli? Di Lila che definisce i raffinati borghesi di Corso Vittorio Emanuele “nacchennell”? Qualunque sia la spiegazione, numeri del genere suggeriscono che il successo de “L’amica geniale” non sia così trasversale come potrebbe sembrare. E che forse neppure sentimenti universali e televisione d’autore possono unire ciò che la storia ha diviso.