Sono stato giudice penale a Nola per un paio di anni. E, al netto dell’interesse per il diritto e il processo penale in sé, a dieci anni di distanza da quell’esperienza, voglio condividere la sensazione di frustrazione che mi è rimasta addosso. Il processo penale italiano non funziona, e infatti il Ministro della Giustizia ha pensato di mettervi mano addentando l’istituto della prescrizione del reato. Cercherò di spiegare la frustrazione con immagini non giuridiche. I procedimenti penali mi sembrarono migliaia di rivoli sporchi e singhiozzanti che confluivano in un unico bacino melmoso, uno sterminato Mar Morto di imputati, persone offese, parti civili, in attesa di una fine (una fine in primo grado, perché poi c’è, per l’appunto, l’appello). Un mare immobile, torbido, ingestibile e, alla fine dei giochi, nauseabondo. Perché?

Gli sforzi messi in campo da noi magistrati sono spesso notevoli, soprattutto nelle sedi dell’hinterland, dove si è giovani, più entusiasti e drammaticamente pochi per affrontare la criminalità di territori come la provincia vesuviana o casertana. Perché, nonostante tutti questi sforzi, e nonostante l’incalzante aumento della produttività (in un anno scrissi 620 sentenze penali monocratiche), il Mar Morto muore sempre di più, popolandosi di processi-cadavere? Perché il sistema è totalmente irrazionale. L’irrazionalità deriva da tre fattori fondamentali, tutti – benché di natura profondamente diversa – sistemici.

Primo fattore: si fanno indagini su tutto, e il diritto penale è una landa sterminata di reati, alcuni insignificanti, altri mostruosamente gravi, alcuni occasionali, altri strutturali. Bisogna perseguirli tutti allo stesso modo, perché nella Costituzione è sancita l’obbligatorietà dell’azione penale. Ma poi di fatto talune cose si perseguono, altre no, taluni procuratori danno indirizzi, altri no, e così l’obbligatorietà sulla Carta si ammanta della veste dell’Araba Fenice, “che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa”. Sarebbe magnifico se, invece di inventarsi la riforma della prescrizione, si prendesse di petto, senza ipocrisie e tenendo conto delle manifestazioni dei fenomeni criminali nella società attuale, l’obbligatorietà dell’azione penale, con i modi di declinarla e i mezzi di rendere efficiente, e non arbitrario, il sistema dell’avvio – e della rapida conclusione! – delle indagini. Cosicché al giudice non arrivino nello stesso momento mille rivoli stantii di processi in gran parte già prossimi alla prescrizione e poco rilevanti per il tessuto sociale, ma giungano i processi importanti, affinché la società civile non percepisca l’impunità di atti gravi, e la punizione come l’arma del potere contro condotte poco significative di poveri cristi economicamente incapaci di difendersi a dovere.

Secondo fattore: il modello accusatorio, accusa – pubblica, in mano al pubblico ministero – e difesa, dinanzi a un giudice terzo e imparziale che condanna o assolve. Questo giudice terzo deve aver svolto l’istruttoria in dibattimento davanti ad accusa e difesa per decidere; se quel giudice cambia, perché va in un altro ufficio, in pensione, o passa in appello, bisogna rinnovare l’istruttoria. E così magari ci abbiamo messo due anni a escutere i testi, ma muta la persona del giudice e bisogna ricominciare tutto daccapo. So bene che questa cosa appare come la difesa minima delle garanzie della difesa. Ma in moltissimi casi non è altro che una forma di sottrazione alla giustizia. E siccome il modello accusatorio continua a destare molteplici dubbi quanto alla sua effettività, anche rispetto all’organizzazione della magistratura tra organi giudicanti e requirenti, un coraggioso ripensamento di categorie e istituti sarebbe urgente.