Il documento sulla valutazione universitaria che ha Valeria Pinto come primo firmatario ha il merito di aver richiamato l’attenzione sulle enormi trasformazioni del sistema universitario che sono in corso da vent’anni almeno. Trasformazioni centrali per la vita del Paese e tuttavia sostanzialmente assenti dal dibattito politico. Si tratta di un documento dal taglio prevalentemente ideologico, che prende le distanze da ciò che c’è, ma è privo di proposte. Un artificio retorico per polarizzare il consenso, perché sempre ai tanti e compatti “no” corrispondono i “distinguo” quando si passa alla fase della proposta. Questo è il limite più grosso del documento, che non rende giustizia delle ricerche, delle analisi, degli approfonditi dibattiti che sono in corso da anni sui social network e principalmente ad opera del gruppo di accademici di ROARS. Per entrare nel merito, bisogna innanzitutto sgombrare il campo da alcune confusioni.

L’eccesso di burocrazia non dipende dal sistema di valutazione, né dalla legge Gelmini, né dall’accordo di Bologna; dipende dalla generale trasformazione di tutta la pubblica amministrazione, di cui anche l’Università fa parte: tesoreria centralizzata (Monti), centralizzazione degli acquisti (CONSIP, MEPA), iperburocratizzazione dei processi (Cantone, ANAC), eccesso di responsabiità dei dirigenti (Madia), software gestionali rigidi, desueti e antigiuridici (CINECA). Anche l’inadeguatezza delle risorse al sistema universitario non dipende dalla valutazione, ma dalle scelte politiche che vengono compiute dai governi di tutti i colori. Così come la diffusa insoddisfazione delle decine di migliaia di professori e ricercatori abilitati ma non “promossi” è generata da un sistema di selezione sballato, che sempre abbastanza poco c’entra con la valutazione.

Quanto alla valutazione, è difficile non essere d’accordo con Guglielmo Barone (economista dell’Università di Padova) quando sulle pagine di questo giornale ha affermato: «Meglio la valutazione pubblica, portata avanti in base a criteri trasparenti e aperti»; e tuttavia è altrettanto difficile riconoscere questo principio nell’attuale sistema di valutazione. La valutazione del sistema universitario nel suo complesso è compiuta dall’ANVUR, un’agenzia pubblica autonoma dal ministero e altamente autoreferenziale: i suoi vertici sono molto potenti, hanno emolumenti di tutto riguardo, nessuna valutazione viene compiuta sul loro operato. Il maggiore impegno di quest’ente è la valutazione triennale della ricerca, che viene effettuata sulla base di criteri resi noti alla fine del triennio, che tendono a comparare l’incomparabile, secondo procedimenti inaccessibili e privi della più elementare trasparenza.

E tutti gli attori del sistema che lo vivano abbastanza dal di dentro sanno che dietro questi criteri si nascondono battaglie politiche tra settori scientifico disciplinari, contrasti che premiano alcune scuole e penalizzano altre. Il tutto nel nome di slogan senz’altro condivisibili in linea teorica, ma pericolosi per il deposito delle scienze all’atto pratico. Così, l’“internazionalizzazione” si traduce nella valorizzazione delle scienze hard da sempre integrate nella comunità internazionale e nella penalizzazione di studi che hanno grande rilevanza per la società italiana, ma che non hanno grande respiro internazionale (si pensi alla storia locale, alla letteratura italiana, al diritto, alla ragioneria professionale).

La “misurabilità” si traduce nella riduzione della lettura dei fenomeni attraverso i soli numeri; i risultati della ricerca si chiamano “prodotti” e il loro valore è misurato dal numero di citazioni da parte di altri studiosi e non dalla rilevanza per la società umana. Come se i grandi scienziati della storia fossero noti per il numero di scoperte e non per la loro entità! La “valorizzazione della ricerca” si traduce in un eccesso di enfasi sulla ricerca a scapito della didattica e in un sostanziale trasferimento di risorse dalle università del sud a quelle del nord. Mentre la semplificazione degli studi chiesta dalle politiche ministeriali che vogliono un maggior numero di laureati spinge le università a concentrarsi sulla didattica, i docenti sono selezionati e valutati esclusivamente sulla base dell’attività di ricerca che compiono e buona parte della quota premiale del finanziamento ministeriale dipende dalla sola ricerca.

Ma non per tutte le discipline dello scibile la ricerca ha lo stesso peso della didattica: pochi sono i laureati in fisica mentre rilevantissime sono le scoperte dei fisici, laddove molti sono i laureati in legge o in economia, mentre la ricerca di giuristi ed economisti pure è utile alla società ma non salva vite umane. Ancora, soprattutto in molte zone del meridione in cui i livelli culturali di ingresso sono inferiori al nord, l’Università gioca un ruolo essenziale nella crescita del capitale umano, che è l’unica speranza rimasta al sud per emanciparsi. È un dato indiscutibile che l’effetto dell’intero sistema di valutazione sull’attribuzione delle risorse ha avvantaggiato le università del nord a scapito di quelle del sud. Questo anche perché diversi parametri sono legati a variabili ambientali indipendenti dall’azione delle Università e già sostanzialmente sperequati tra diverse aree del Paese. Insomma, la valutazione del sistema universitario è giusta, anzi sacrosanta. Sulla base di criteri trasparenti ed aperti, come affermato da Barone, e quindi non con il sistema di valutazione attuale, come affermato da Valeria Pinto.