Sembra un’incredibile contraddizione ma è purtroppo la realtà. La disoccupazione giovanile è una pesantissima palla al piede per lo sviluppo economico, eppure già a partire da oggi e ancora di più nei prossimi anni mancheranno al sistema Italia circa 500mila tra tecnici, super-periti e laureati in materie scientifico-tecnologiche. Ma non solo. Vari studi concordano nel dire che la piccola e media industria è pronta ad assumere operai specializzati, meccanici, montatori, elettricisti, operatori del tessile ecc. Le competenze richieste scarseggiano per vari motivi. La mancanza di informazione (e formazione) per i giovani, il mito di lavori “facili” e non impegnativi, l’influenza negativa della società attraverso vittimismo e rassegnazione. Un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. Una situazione insostenibile, ma c’è dell’altro. Il mercato del lavoro segue da presso il progresso scientifico-tecnologico e quanto più è rapido e tumultuoso il secondo, tanto maggiore deve essere la capacità del sistema produttivo di seguirne il passo, pena una sconfitta inesorabile e, a medio termine, l’inadeguatezza del sistema produttivo.

Assistiamo attorno a noi alla rivoluzione digitale e dell’automazione, che impattano e impatteranno sempre più sul mondo del lavoro. L’economista americano Warren Bennis ha affermato che: La fabbrica del futuro avrà solo due operai: un uomo e un cane. Compito dell’essere umano è nutrire il cane, la cui funzione è tener l’uomo lontano dalla macchina. Uno scenario estremo, ma non troppo. Vecchi lavori scompaiono, ma nuovi se ne creano, con un bilancio attivo, almeno al di fuori dei periodi di passaggio che costituiscono vere “transizioni di fase”, come in fisica. Un esempio di tali transizioni si è avuto all’inizio del secolo scorso, quando cocchieri e maniscalchi persero il lavoro con l’avvento delle prime automobili. Si bruciarono posti e occupazione, ma si crearono nuove opportunità per autisti e meccanici, con un saldo finale positivo. E molte delle nuove professioni sono figlie del rapidissimo progresso delle tecnologie informatiche.

Robotica, stampaggio additivo 3D, intelligenza artificiale, biotecnologia, nanotecnologia e genetica, tutte spinte dalla rivoluzione digitale, stanno avendo implicazioni progressivamente più rilevanti sul lavoro, dall’industria al commercio, dall’energia ai servizi finanziari, dalla sanità alla comunicazione, dalla logistica ai servizi professionali. A questo si aggiunge che le nuove piattaforme digitali impongono innovativi modelli di mercato. Abbiamo quindi nuove parole chiave come la blockchain, che promette di poter indirizzare gli scambi commerciali, e non solo, rivoluzionando i meccanismi stessi di produzione del valore, oppure la gig-economy, sempre più un sostituto (voluto o obbligato) del vecchio concetto di posto fisso o, ancora, le piattaforme di lavoro digitali. La menzionata scomparsa di vecchie professionalità e la creazione di nuove impongono un ripensamento dell’economia del lavoro, del rapporto di impiego, e del ruolo della rappresentanza e della contrattazione collettiva.

È obbligatorio quindi affrontare problemi solo dieci anni fa impensabili, quali lo skill-gap, il life-long learning, il digital-mismatch, i soft-skills, inglesismi che riempiono sempre più il dibattito sulla nuova occupazione. La necessità di un’adeguata (e innovativa) formazione per far fronte alla sfida dei lavori del prossimo futuro è impellente, soprattutto per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro con più incognite che non certezze. E l’Italia? Come al solito siamo indietro. L’ignoranza digitale sembra essere dilagante, mentre ci illudiamo di essere tutti esperti delle nuove tecnologie perché capaci di mandare un SMS col telefonino. Ma un problema può trasformarsi in una risorsa, almeno per le giovani generazioni dei born-digital, a patto di investire concretamente sul loro futuro e sulla loro formazione. L’esperienza napoletana dell’Apple Developer Academy è un bellissimo esempio che rischia di restare la solita cattedrale nel deserto o forse no, e magari diventare un punto di partenza per una nuova era di sviluppo.

Un’osservazione finale: le scelte della politica in un paese democratico vanno rispettate. Ed è vero che la povertà ha guadagnato posizioni, erodendo quello che una volta era il ceto medio-basso, operaio e impiegatizio, oltre a colpire pensionati e persone che hanno perso il lavoro. Per questi cittadini, politiche di assistenza e sostegno, quali il reddito di cittadinanza, possono essere discusse e discutibili, ma senz’altro ambiscono a risolvere nell’immediato una situazione insostenibile, a “mettere una pezza”. Ma il reddito di cittadinanza per i giovani in cerca di lavoro no, per favore. Quelle risorse sarebbero senza dubbio meglio utilizzate, nella scuola e in strutture ad hoc, per la loro formazione o riqualificazione verso le discipline emergenti che abbiamo discusso sopra. E credo di non sbagliare dicendo che tutto ciò sarebbe di particolare effetto nel nostro Sud, per definizione terra di contraddizioni ma anche di innate e non sfruttate capacità umane.