Dei miei tre figli, uno: Marco, se n’è già andato. Ingegnere chimico, dopo la laurea ha lavorato a Roma in una casa farmaceutica, ma presto è stato liquidato per una trasformazione del sistema aziendale. Per fortuna, là ha incontrato la sua attuale compagna, la bella e fattiva Yal, israeliana, trasferendosi con lei a Tel Aviv, dove (lo confesso), non abiterei. Ma loro sembrano sereni, hanno due bimbe; la città, moderna, cosmopolita, offre storia e architettura contemporanea, isole di verde, servizi, silenzio. Chi si avventura invece per Napoli deve badare a non essere scippato, a scansare i sanpietrini divelti, le buche vuote, e quelle grossolanamente rattoppate. Allora, ditemi, come si fa a non sbottare: ma che ci faccio qui! Certo, io per prima m’interrogo sulle mie vere pulsioni: si tratta di sentimenti? O risentimento? In fondo sono (e resterò) un’esule.

Fin da piccola ho sofferto per gli avvenimenti dolorosi, frutto di secolari aggregazioni e mutamenti fra culture e popoli, che hanno coinvolto anche la mia famiglia. Quando il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola raccolse 28 058 dichiarazioni familiari (su un totale di 31 000 abitanti) di voler abbandonare Pola qualora fosse stata annessa alla Jugoslavia, fu nostra madre a sottoscrivere per noi. “O l’Italia o l’esilio” titolava L’Arena di Pola del 4 luglio 1946.

E noi scegliemmo l’esilio, faticando in seguito ad accettare l’estranea “bolla” che compariva sui documenti: Pola (Jugoslavia), finché nel ’90 una legge non concesse – ma solo ai nati entro il 1947 – almeno sulla carta il riconoscimento di una nostra intoccabile italianità. Per altri connazionali gli accadimenti furono tragici. I corpi gettati negli inghiottitoi (spaventoso già il termine), o foibe, come le defi nirono, testimoniano la confusionaria ferocia di quei tempi. Eppure, tra le mie ferite, una altrettanto sanguinante è per l’indifferenza di chi dovrebbe rispettare, quindi amare questa città.