La gente s’incuriosisce per il mio accento, la “r” un po’ alla francese, e un’intonation nordica nonostante l’immersione dentro il respiro di questa città. Storia lunga e controversa quella della mia famiglia. Ero piccolissima quando fummo costretti ad abbandonare Pola, storico capoluogo istriano dove sono nata, per unirci all’esodo degli italiani, circa 350mila, che lasciarono l’Istria annessa nel 1947 prima alla Jugoslavia e infine nel 1991 alla Croazia. Il mio cognome è Bossi, quindi a ogni presentazione devo affrettarmi a precisare di non aver alcun legame col politico né con le sue ‘nzìrie antimeridionali; vivo bene sia il cognome, che l’identità “cresciuta a pane e Istria”.

Padre veneto, mamma e nonna istriane, ho piacere intanto a sfoggiare la mia carta vincente: un ottavo di sangue meridionale nelle vene, regalo del nonno (classe 1890) che ha combattuto nella grande guerra 15- 18, restando nella sua terra fino e oltre i suoi giorni, senza mai conoscere lo scempio che si delineava al nostro orizzonte. Sposata a un ufficiale di marina austro-ungarico, mia nonna conosceva 6 lingue, ma in casa si parlava italiano, mai tedesco. Mio padre, invece, ufficiale, si spostava molto, e noi con lui. Quando lo trasferirono a Caserta, noi lo seguimmo. Arrivai a Napoli nel 1961, a 18 anni, giusto in tempo per leggere la Dama di piazza di Michele Prisco, grande scrittore celebrato in questi giorni per il centenario della nascita; un romanzo che mi è piaciuto moltissimo, e che non avrei capito fino in fondo se quella lettura non avesse coinciso col mio incontro con una città che mi ha rapita in un istante, obbligandomi a insinuarmi in ogni suo anfratto, entrarle nei visceri. Abitandola stabilmente dal ‘72, con Mario, mio marito, nella nostra casa a Via del Parco Margherita, strada di eleganti palazzi liberty anch’essi ahimè toccati da incuria e lento degrado, ancora non riesco a capacitarmi del perché “lei”, la Sirena ammaliante, debba essere così bistrattata.

Vedi il rione Sanità, antico quartiere tra i più belli e interessanti; ci vai malvolentieri, non è tutelato. È pieno di extracomunitari, dicono, anche se i nostri immigrati sono in genere educati e onesti. Marianna, la giovane ucraina che lavora da me, è deliziosa, abita alla Sanità, ma lei dice: a “Piazza Càvour” (con l’accento sulla a, secondo l’usanza napoletana), lamentando così per l’intera zona anche la mancanza di un contenitore per la raccolta dei vestiti, per cui normalmente stoffe e rifiuti finiscono lungo le strade. Per mia fortuna gli studi di Economia e Commercio li ho fatti a Via Partenope; poche le ragazze iscritte, ma avevo la gioia di correre a studiare in biblioteca con il mare fin dentro agli occhi. Lì conobbi mio marito, laureando nella stessa Facoltà, e mio primo datore di lavoro. Mario mi accolse nel suo studio di commercialista, prima che mi decidessi a insegnare matematica alle medie, girando nei paesi vicini: Villa di Briano, San Marcellino, San Cipriano d’Aversa, Piedimonte d’Alife; andando in macchina alle 7 di mattina, facendo tutte le curve a memoria. Scontrandomi però col problema della lingua!

I ragazzi non capivano me e io non decifravo quello che loro provavano a dirmi. Bei tempi; 17 anni di lavoro, e un solo giorno di assenza. E ora, dopo il pensionamento, vita tranquilla, l’unico appuntamento fisso, il giovedì, per un tavolo di burraco (ma preferirei il bridge) con 12 amiche. Una critica ai meridionali devo farla. Hanno acume e intelligenza vivissimi ma ho constatato che non mettono a frutto le loro qualità, al contrario dei friulani, bravi a industriarsi, con in più un forte senso della disciplina, retaggio delle radici austro-ungariche! I napoletani, invece, li reputo asociali, nel senso che – non rispettando le leggi – senza volerlo rafforzano triti e tristi cliché sulla città, anche se, diciamolo, perfino le signore della buona società buttano direttamente a terra i fazzoletti. Napoli certo sarà sporca … E le case? E i bassi? Queste e altre, le insistenti domande di una mia amica di Parma che spesso mi scriveva esprimendo meraviglia e dubbi di chi è abituato a vivere ordine e rispetto delle regole. Ma della situazione napoletana, quello che fa più tristezza, è che tanti validi giovani se ne devono andare via.