“La sintesi della mia vita lavorativa sta nell’assenza della firma in calce al Diploma di specializzazione in diabetologia e malattie del ricambio; a negarmela fu il direttore della struttura ospedaliera, forse per ripicca: a suo parere “ripudiavo” il santuario della professione per sposare Marcella, la mia giovane innamorata sarda.

Era il 1983, e mi si prospettavano due possibilità: intraprendere la carriera universitaria, o restare accanto alla donna che avevo scelto come compagna di vita. E io, senza cedere a un solo dubbio, impalmai la mia amata. Non ho un buon carattere, subito me sfastèrio, come si dice a Napoli, perdo le staffe, m’infastidisco per niente. I miei pazienti sopportano; sanno che sicuramente li curerò con dedizione, nonostante non lo dia a vedere. A modo mio mi prodigo, vado a vederli in ospedale se sono ricoverati, procuro medicinali spesso introvabili, insomma faccio quello che posso. Non mi pento di questa professione, anzi sono convinto che nella mancata firma su uno dei due quadri che pendono dal muro dello studio, dritti sulla mia testa, ci fosse già il marchio-fantasma del mio destino: fare il medico di base, lavoro che non ho mai considerato un ripiego, ma un’affascinante attività che continua a piacermi, nonostante quello che mi è successo: perdere mia moglie, un anno fa, per un gravissimo male che se l’è portata via.

Segnato da questa mancanza, continuo intanto ad assistere più di 1600 pazienti, poiché i non residenti, che pure curo, non vengono conteggiati. Posso addirittura seguirli meglio, ho più tempo per loro, e sempre meno tempo per me, ma ugualmente accetto gli impegni, perché alla fine mi aiutano a non pensare troppo. L’officina di lavoro l’ho allestita nel 1983, qua nella zona dei Vergini, ricevendo da almeno 37 anni i miei assistiti all’interno di palazzo Campoluongo, seicentesco e malandato edificio, gomito a gomito col Palazzo dello Spagnuolo, salvato da un abbagliante restauro. Orgoglioso di essere originario di Mergellina, dove la mia famiglia, a largo Sermoneta, gestisce un cantiere nautico, ho abitato a Viale Maria Cristina, nella zona “bene” di Napoli. Poi mi sono trasferito con mia moglie a piazza Miracoli, quartiere contiguo alla Sanità, rione segnato dalla presenza di malavitosi che liberamente battono l’intera zona scorrazzando per centri e strade confinanti, mettendo in atto rappresaglie di ogni genere, inclusa Via Vergini.

L’antica strada, anzi, contrariamente a quanto si racconta, oggi vive una situazione solo in apparenza meno drammatica degli anni trascorsi, in quanto quella sorta di pseudo equilibrio (pur declinato nel male!) ora è sostituito da una generale e più marcata indisciplina, peggiorata dalla presenza di cani sciolti che rendono precario tutto quanto sfiorano. Ti capita allora, entrando in questo quartiere – sia che arrivi a piedi o in macchina – di correre il serio rischio di essere investito da giovinastri invasati, a cavallo di potenti moto, che sparano in aria e intorno, spesso ammazzando anche gente innocente.