Sarà una mia impressione, e spero di sbagliare. Ma avverto lo stesso clima di venti anni fa, quando a Napoli un nuovo giornale liberal-democratico (al tempo era il Corriere del Mezzogiorno) e un ristretto gruppo di intellettuali (molti sono gli stessi di oggi) cominciarono a criticare la sinistra al governo.

Una sinistra che pur avendo accumulato molti meriti, tra cui la chiusura al traffico di piazza Plebiscito e le prime stazioni della metropolitana dell’arte, stentava a far funzionare la città come sarebbe stato giusto aspettarsi, e non riusciva a portarla fuori dalla più oscena delle emergenze, quella dei rifiuti accumulati per strada.

Anche allora c’era chi, facendo appello al realismo, suggeriva di non tirare troppo la corda per non favorire la destra. E chi, togliendoci il saluto, ci definiva addirittura fascisti. Eppure, neanche a quel tempo si arrivò ad evocare gli spruzzatori di Ddt (ora furbescamente chiamato “profumo”) contro i dissidenti. La sindaca Rosa Russo Iervolino, sempre e comunque una signora, si spinse a parlare di “piripacchi”, alludendo appunto agli intellettuali che dichiararono la loro astensione pur di non sostenerla nella riconferma a Palazzo San Giacomo. Ma non si avventurò in altre e più inquietanti metafore.

Oggi invece, tutto sembra precipitare, grazie anche alla grancassa dei social. E questo solo perché da parte de il Riformista e di un nutritissimo gruppo di cittadini che hanno firmato l’appello di Paolo Macry e Biagio de Giovanni, si è ritenuto doveroso sollevare dubbi sull’opportunità di un patto tra Pd e de Magistris, e su una candidatura che da quel patto di culture politiche discende. E quale cultura? Semplice. Quella che vede i nemici da battere (ieri Berlusconi ora Salvini) e non i problemi da risolvere. Quella che parla a nome delle periferie ma non si occupa di alleviarne il disagio con politiche adeguate: chessò, un parco frequentabile, un viale illuminato, un bus per andare al cinema la sera.

La stessa cultura che vede con sospetto ogni iniziativa imprenditoriale ed è certa che lo sviluppo possa cadere dall’alto, come per miracolo. Quella che sa tutto delle diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione ma nulla vuole sapere di quelle che hanno fatto di Napoli la città più diseguale d’Italia; dove più profonde sono le distanze tra i quartieri agiati e quelli marginali: più di Milano, più di Torino, addirittura più della vicina Roma. Evidentemente, la società civile fa comodo solo a stagioni alterne. E poiché ora vanno di moda le sardine, non c’è tolleranza per le mosche (cocchiere). Queste possono essere bellamente “spruzzate”, perché l’importante è battere Salvini, non pretendere una città vivibile. E guai a sollevare la questione.