Si parla molto, grazie a Il Riformista, di un grande hub delle arti e della cultura napoletane. E se nel frattempo costruissimo a Napoli un centro di coordinamento tra scuola, università e aziende? Guardiamo ai positivi segnali che vengono dal turismo. La bellezza della nostra terra e l’immenso patrimonio artistico-culturale attirano visitatori da tutto il mondo. Ci si aspetterebbe quindi una risposta coordinata delle istituzioni locali in modo da far fruttare questo capitale con investimenti intelligenti, soprattutto mirati a infrastrutture, trasporti e viabilità. Ma niente. Ci si affida al proverbiale ingegno partenopeo, talvolta condito di furbizia più che di intelligenza, per inventarsi soluzioni e iniziative puntuali, da parte degli individui, dei privati.

Quello di “fare sistema” è un altro dei mantra autoassolutori della nostra società, evocato più che compreso e spesso declinato con superficialità e incompetenza. Manca una cabina di regia dei gioielli museali napoletani? Vero purtroppo. Ma estendendo l’analisi a ricerca e sviluppo, verifichiamo gli effetti dello stesso peccato originale anche altrove. Prendiamo il caso delle università campane, ben sette, caratterizzate da un notevole numero di studenti e da molte eccellenze assolute, benché a pelle di leopardo. Da tempo esistono in Italia (e anche in Campania) i Comitati Regionali di Coordinamento delle Università, istituiti proprio allo scopo di coordinare le azioni individuali degli atenei. L’idea è ottima, a patto che tali organismi siano attivi e produttivi e, soprattutto, che possano contare su risorse reali e non virtuali. Basti pensare alla possibilità di mettere in una rete comune dati delle varie università, di evitare duplicazioni di corsi o di proporre offerte formative trasversali e quindi innovative.

Giusto per menzionare un esempio positivo scaturito da un efficace coordinamento dell’accademia, in Lombardia abbiamo il caso del Collegio di Milano, una struttura interuniversitaria tra le sette università del capoluogo con la partecipazione di partner istituzionali e privati. Senza dilungarci, il Collegio opera in maniera efficiente e flessibile su internazionalizzazione, supporto agli studenti, interazione col tessuto sociale. Il sogno, o la speranza, è di avere delle applicazioni analoghe o addirittura ancora più ambiziose nella nostra città o nella regione. Sempre sognando, perché non pensare per esempio a organismi trilaterali coinvolgenti un auspicabile coordinamento degli istituti superiori scolastici — guardando con interesse al modello di successo degli Istituti Tecnici Superiori, ITS —, il già menzionato Coordinamento delle Università e stakeholders dell’impresa, quali ad esempio la Confindustria, assieme ad altri partner istituzionali?

Il risultato sarebbe di raccordare domanda e offerta nel mondo del lavoro ad alto valore aggiunto, legato alle nuove tecnologie e ai lavori emergenti. A questo proposito, uno studio dell’Unione Europea ha previsto che il 65% dei bambini che oggi frequentano la scuola materna in futuro svolgerà professioni che oggi non esistono ancora. L’altro grande vantaggio di tale coordinamento sarebbe quello di trasmettere più efficacemente il flusso culturale nel tessuto sociale, avvicinando i due estremi della formazione di base-scolastica e di quella specialistica-universitaria.
Nello specifico, la regione Campania potrebbe farsi maggiormente promotrice e garante di iniziative innovative sul fronte della cultura e dell’educazione, quello che personalmente considero uno dei tre pilastri per uno sviluppo economico e sociale della nostra terra e, per una volta, proporre a livello nazionale modelli vincenti generati dalle nostre esperienze.

E non cominceremmo certo da zero. Basti leggere il documento sulle Linee Guida Regionali per Industria 4.0 redatto dal Comitato Interuniversitario Regionale che traccia un profilo realistico delle risorse in campo e delle potenziali direttrici future, o ricordare quanto è stato proposto nel recente passato col progetto dei Dottorati in Azienda, un’ottima idea forse mai decollata, che mirava ad avvicinare la piccola e media impresa all’innovazione avanzata e i giovani specialisti al mondo della ricerca privata. Le idee ci sono e talvolta si riescono a mettere in cantiere anche iniziative meritorie. Ma ora bisogna accelerare, cambiare passo.