Napoli è come una crema. Prendo in prestito una metafora del filosofo Aldo Masullo: Napoli è una crema pasticciera. E come con ogni ricetta ci vogliono degli ingredienti. Zucchero, uova, farina. Ma la crema può impazzire, come si dice in gergo culinario. E si possono formare dei grumi. Buonissimi ma non amalgamati. Così è Napoli: ottime istituzioni, ottime personalità a guidarle e a promuoverle, che però non dialogano tra di loro, non collaborano, non sono amalgamate. Ecco perché la proposta del Maestro Riccardo Muti, meravigliosa e unica, di creare un centro delle arti a Napoli sul modello del Lincoln Center di New York, dovrebbe essere ascoltata. Dico di più: dovrebbe cominciare ad avere almeno una risposta. E invece, come ha sottolineato il Riformista Napoli (che ha rilanciato l’idea di un Lincoln Center partenopeo) e come lo stesso direttore d’orchestra ha lamentato, è grave che nessuno dei nostri politici si sia preoccupato di dare una risposta al direttore d’orchestra.

Si sbaglia – e questa è un’altra complicazione della faccenda – quando si prendono le parole di Muti come una mera critica a Napoli. Lui è stato anche severo, ha strapazzato una città che non sfrutta adeguatamente il patrimonio culturale che ha a disposizione. Ma se il Maestro ha scelto parole di incitamento è proprio per via dell’amore che prova per questo posto. Lo ha definito unico al mondo, una capitale. Perciò i suoi ammonimenti, le sue visioni, la sua proposta io li prendo come un grido di dolore. Non come una semplice critica. Allo stesso modo prendo come un grido di dolore quello del direttore del Museo di Capodimonte, il francese Sylvain Bellenger, quando denuncia la mancanza di collegamenti per raggiungere la struttura che guida. È una forma per sollecitare degli interventi. Anche perché il direttore di Capodimonte sta lavorando benissimo per promuovere il Museo, come benissimo sta lavorando il direttore del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) Paolo Giulierini, che pure ha evidenziato come si possa fare meglio per migliorare e integrare l’offerta culturale tra gli enti.

Non è un caso se i nomi che ho fatto finora – Muti, Bellenger, Giulierini – sono di personalità che vengono da fuori o che vivono fuori dalla città. È come se all’interno ci fosse una specie di miopia. Un individualismo sfrenato che non permette una visione unitaria. Una maniera di concepire il proprio operato in maniera egoistica e quindi solitaria. Non in tutti i casi, ovviamente, ma nella maggior parte dei casi è così. E invece si dovrebbe creare questa rete, questa regia, questo hub di collegamento.

Ci vuole un progetto culturale unico. L’esempio da seguire è a mio avviso quello fornito dal progetto della Banca Intesa San Paolo e del suo impegno per uno sviluppo sostenibile e inclusivo che coinvolge anche l’ambito culturale. Quello che nel convegno del 16 gennaio è stato presentato dal presidente emerito della San Paolo, Giovanni Bazzoli. Ci vorrebbe un progetto coordinatore che guardi dal di sopra tutta la rete. D’altronde le banche altrove hanno fatto tanto. La stessa San Paolo ha stretto accordi con il National Museum Americano. Perciò darei vita a un pool di banche che si integri in una stretta collaborazione con la politica, le istituzioni culturali e gli imprenditori. Proprio l’imprenditoria ha infatti il dovere di sentire su di se la responsabilità sociale del territorio; mentre a Napoli, al di là della collaborazione tra San Carlo e un gruppo di imprenditori, succede ancora poco. Non si tratta di beneficenza. Il mecenatismo stesso non era beneficenza. Si metta quindi mano a un progetto. E si cominci a rispondere al grido di Muti per amalgamare tutti questi grumi napoletani in una deliziosa crema pasticciera.