“Non mi sono scioccato più di tanto. Sembra quasi un dejavu.” Così Carlo Spagna, giudice in pensione dopo 42 anni in magistratura, commenta la rapina finita nel sangue a Santa Lucia. Spagna è stato per molti anni presidente della Corte di Assise, si è occupato di processi su episodi che hanno particolarmente segnato la storia della città e non solo: dagli omicidi di vittime innocenti di camorra al delitto di Elisa Claps a Potenza, fino all’omicidio di Teresa Buonocore, la mamma coraggio di Portici uccisa per evitare che confermasse in aula le accuse contro l’ex amico di famiglia che aveva abusato di una delle sue figlie. Un caso dolorosissimo che ha spinto Carlo Spagna a scriverne un libro e devolvere alle figlie di Teresa i proventi delle vendite.

Quel che è accaduto sabato notte a Santa Lucia fa riflettere su come per pochi soldi si sia disposti a mettere in pericolo la vita propria e quella di altri. Anche per l’omicidio Buonocore fu così: i due killer erano giovani che accettarono di diventare assassini per una sommetta di denaro. Perché si ripetono fatti come questi?
“Il problema si presenta quando non si hanno idee attorno a cui impostare la propria esistenza, che sia la fede, l’amore, un’impresa grande o piccola. Bisogna dare idee forti alla gente e distogliere dall’errore. Purtroppo, quando nelle famiglie non ci sono idee, i frutti sono quelli che vediamo e accade che un ragazzo, per recuperare cento euro per andare a ballare, sfidi la vita e mette nei guai un carabiniere che forse ha avuto paura e ha reagito”.

Si dà la colpa anche ai social che diffondono modelli negativi condizionando queste vite trascinate, senza obiettivi e praticando la violenza. E nel caso di Santa Lucia addirittura via social sarebbe stata organizzata la devastazione del pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini alla notizia della morte del 15enne autore della rapina al carabiniere che ha reagito. Cosa ne pensa?
“I social sono una realtà dalla quale non si può tornare indietro. Meglio prenderne atto e imparare a farci i conti sia dal punto di vista investigativo sia da quello sociale. Penso però che sia arrivato il momento di creare strutture amministrative in grado di garantire un maggior controllo sui social, un po’ come accade con l’Antitrust o con le strutture di controllo sulle attività bancarie. Controllare i social aiuta a gestirli meglio. Quanto al dilagare della violenza e della delinquenza, sono fenomeni di allarme che si ripresentano con una certa ciclicità dagli anni Sessanta. Periodicamente si verificano decapitazioni di clan, retate, arresti, e nuovi avvicendamenti nei sistemi malavitosi. Credo che si tratti di un contesto di allarme non meno drammatico di quello del passato. I familiari che sfasciano un ospedale non si possono giustificare, ma fatti del genere accadevano anche quando i social non esistevano e si organizzavano con il telefono o con il passa parola porta a porta”.

C’è un problema culturale…
“Sicuramente se ci fosse cultura questo mondo sarebbe diverso da com’è. La cultura è frutto di contesti sociali ed economici, di una struttura del mondo socialmente diversa in cui gesti come quello di fare una rapina o devastare un ospedale neppure si immaginano. Se l’Italia fosse la Norvegia certe cose qui non accadrebbero, ma non siamo in Norvegia né possiamo rinnegare una forma di cultura radicata nel territorio”.

E allora cosa si può fare? C’è un rimedio?
“Ripetiamo discorsi detti e ridetti. Per togliere i ragazzi dalla strada servono scuole, servono maestri di strada, serve dare a questi giovani un’alternativa, degli scopi. Molto si fa ma molto c’è ancora da fare”.

Durante la sua lunga esperienza da giudice c’è un caso che l’ha colpita più di altri?
“Ce ne sarebbero diversi. Ma racconto questo, perché è stata l’unica volta in cui stavo per andare al di là del dovuto distacco che il ruolo di giudice impone. Ebbene, ero andato in carcere a Poggioreale per interrogare un uomo accusato di aver rubato il cane guida a un non vedente provando poi a estorcergli denaro per riconsegnarlo. Quando lo ebbi di fronte poco ci mancò che mettessi da parte carta e penna per arrivare alle mani. Appena l’interrogatorio si concluse, l’avvocato di quell’uomo si avvicinò e mi disse: giudice, bene avreste fatto. Ecco, io non mi ergo a saggio, non sono la persona adatta, sono un pragmatico e anche io mi considero incline all’errore. L’errore lo contemplo, è umano. E per questo sento di poter parlare liberamente. Ho fatto il lavoro più bello che potessi fare ma oggi non lo rifarei”.

Perché?
“Vedo meno passione, forse mi sbaglio ma è la sensazione che ho”.

E qui ritorniamo alle idee e ai grandi slanci…
“Sì. E c’è da non sottovalutare l’esperienza. In pensione mi ci hanno mandato appena ho compiuto settant’anni, non ci sarei andato, mi ritenevo nelle possibilità di fare bene ancora per un po’ il mio lavoro, infatti quando salutai i miei colleghi dissi: lascio proprio ora che cominciavo a capirci qualcosa”. E sorride.