«Questa scuola per me è come Oxford. Io voglio che i miei ragazzi diventino medici, avvocati, infermieri, meccanici specializzati. E sogno che, come all’estero, un mio alunno rom venga eletto in Parlamento». Rosalba Rotondo siede nel suo ufficio dell’Istituto Alpi Levi di Scampia. E parla con trasporto. Sulla scrivania una montagna di fascicoli e una copia de L’amica Geniale. Alle spalle il ritratto del Presidente della Repubblica Mattarella, le bandiere dell’Italia e dell’Europa, i lavoretti degli alunni.

«Noi siamo scuola dell’autonomia», ripete la dirigente scolastica. Ed effettivamente, in pochi minuti, si parla di rugby, di teatro, di musica. Progetti che porta avanti più o meno da quando 36 anni fa arrivò nel quartiere di Napoli Nord. Nonostante tutti questi anni, critiche e attacchi non le sono stati risparmiati quando è scoppiato il caso di Lino, il ragazzo con le treccine blu che lo scorso settembre la preside non ha fatto entrare in classe in virtù del regolamento dell’istituto. Un Patto di Corresponsabilità, estetico e comportamentale, del quale rivendica il valore educativo.

L’Alpi-Levi non si esaurisce però nel caso delle treccine blu. In realtà è molto altro. Soprattutto sperimentazione e creatività didattica, spiega Rotondo. Proprio grazie ai progetti avviati alcuni suoi alunni sono stati alla Barcolana di Trieste; altri, per un corto su Mary Poppins, alla Biennale di Venezia.

L’istituto è anche sede di una “Legal Clinic Just Room”, servizio legale che tutela la popolazione Rom, comunità verso la quale Rotondo si spende da anni. E lo scorso dicembre lei stessa è stata insignita del titolo di Commendatore al merito della Repubblica Italiana. Del quale parla ancora con emozione, mentre dalle finestre si intravedono le Vele di Scampia ed entra il sole timido di gennaio.

Cosa pensa della scelta delle sardine di tenere qui, il 14 e 15 marzo, il loro congresso nazionale?
«Scampia suscita sempre una larga eco. Ma io mi interesso soltanto di politica scolastica. Rispetto ai problemi io non discetto, mi rimbocco le maniche, li affronto e cerco di risolverli. Tra l’altro non ci riguarda perché verranno di sabato e domenica, quando la scuola è chiusa».
Cosa le ha lasciato il caso di Lino, il ragazzo con le treccine blu?
«Per un po’ non ho voluto parlare. Non è stato piacevole essere descritta come una preside inadeguata. Sono persino arrivata a chiedermi se non fossi diventata fuori luogo qui o se arrivata a chiedermi se questo quartiere non fosse diventato inadeguato per me, vista la messa in discussione di alcuni della fermezza nell’esigere il rispetto delle regole della convivenza civile. Per fortuna c’è stato chi mi ha sostenuto, soprattutto i genitori degli alunni, persone che credono nella scuola e intellettuali».
In molti invece l’hanno criticata.
«Gli attacchi sono arrivati da diverse posizioni. Dalla Scampia anarchica, quella refrattaria alle regole, quella che aspetta il provino di Gomorra; da chi ha cavalcato l’onda a fini elettorali; dai non addetti ai lavori, quelli che giudicano senza conoscere la scuola e il nostro brand pedagogico. Hanno parlato senza sapere che per me Lino può diventare un grande pianista e un parlamentare. Infatti è stato il primo a capire e a voler tornare in classe».
Pensa che il problema sia la percezione delle regole?
«Nel nostro istituto vige da anni un Patto di Corresponsabilità che conoscono tutti. Sono vietati indumenti che inneggiano alla violenza, pettinature eccentriche, sandali, bermuda, trucco pesante, pantaloni strappati. Me li ricordo, negli anni ’80, i ragazzi che arrivavano in classe con i pantaloni stracciati, ma quelli erano poveri. Anche i cellulari sono vietati, ma il controllo è più difficile. Il punto è che la regola della scuola serve a migliorarci, altro che limitazione della libertà. Se avessi voluto non avrei potuto portare Lino con me al Quirinale. Con quei capelli non l’avrebbero fatto entrare. E la scuola è l’Istituzione democratica tout court. C’è bisogno di un abbigliamento degno per ogni luogo. Anche perché altrimenti si viene discriminati».