Fisco e Giustizia. Quando si parla dell’uno e dell’altra, entrambi elementi costitutivi della Repubblica italiana, viene subito in mente il volto duro dello Stato. Equitalia, le lunghe carcerazioni preventive, le intercettazioni telefoniche “a strascico”. Ed è paradossale che, proprio nei due “settori” dove lo Stato mostra i muscoli e appare severo coi cittadini, si verifichino poi continue illegalità in grado di erodere i diritti dei cittadini. Come lo sono per il Fisco le continue – conclamate, ammesse anche da questo stesso governo pochi giorni fa – violazioni dello Statuto del contribuente, una di quelle leggi (risale addirittura al 2000) che lo Stato dimentica di aver varato. Ma il vero snodo sono I tempi dei processi: siamo ben oltre la “ragionevole durata”, rappresentano un problema anche per le imprese e sopratutto rischiano di tenere innocenti sotto processo praticamente a tempo indeterminato. La durata media di un processo penale nei tre gradi di giudizio è di quasi 1.600 giorni dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione: quattro anni e quattro mesi circa. Allora chi può pensare che il problema della giustizia italiana oggi sia davvero la prescrizione?

La verità è che, per coprire l’assordante silenzio sui mali della giustizia, va invece in scena il cinico balletto sulla prescrizione, raccontato come arma per punire i colpevoli, quando invece i numeri dimostrano che serve sopratutto a coprire le negligenze di alcuni giudici. Infatti, la maggior parte delle inchieste si prescrive prima di arrivare addirittura al processo perché – richieste e ottenute o respinte le misure cautelari – tutto si arena. Insomma, per l’ennesima volta, un governo interviene dichiarando di voler “riformare la giustizia”, ma in realtà si limita a piantare una bandierina, che però somiglia di più ad una di quelle che il torero infilza nella schiena del toro durante il triste spettacolo della corrida. Purtroppo qui il toro è il cittadino. Chi ha la sfortuna di frequentare i Tribunali sa a cosa si sta riducendo il sistema giudiziario italiano, le azioni di cui c’è davvero bisogno e che invece nessuno fa. La prima è la più semplice: soldi e investimenti.

Bisogna assumere più giudici e cancellieri perché la giustizia non si può fare con un algoritmo. E poi servono strutture adeguate perché – incredibile ma vero – ci sono tribunali che sono fisicamente fuorilegge, così vetusti, fatiscenti e trascurati che, se qualche dipendente dell’amministrazione dovesse decidere di fare causa per le condizioni di lavoro malsane, la vincerebbe a mani basse. Infine serve stabilità, intesa come capacità di mantenere una posizione o un’idea per più di qualche anno. A danneggiare la giustizia è ancora una volta la politica anche quando, per indecisione e mancanza di serietà, cambia continuamente le regole, il che rende l’esito dei processi ancora più incerto. La politica insomma può fare molto. Ma può anche “non fare” qualcosa che danneggia pesantemente la reputazione della giustizia, cioè l’uso strumentale delle inchieste per fini politici. Tutti rivendicano la separazione, ma la praticano fino a quando un’inchiesta non lambisce l’avversario da battere. Ed è così da 25 anni ormai. Viviamo in un Paese intrappolato in una specie di grande gioco dell’oca dove, se sei sfortunato, può capitare anche che finisci in prigione.