C’è un libro che da settimane sta nella classifica dei più venduti in Italia. Con presentazioni straordinariamente affollate e partecipate. La stranezza sta nel fatto che non si tratta di un noir, attualmente, pare, il genere prediletto degli italiani, né di un libro di cucina, altro genere che va per la maggiore. Non è scritto da un cantante famoso e neppure da uno di quei pochissimi romanzieri che hanno nutriti gruppi di fan. È un libro per ragazzi: e se è vero che, in Italia, i ragazzi sono quelli che leggono di più, è anche vero che i libri per ragazzi non hanno, facendo eccezione per alcuni insegnanti, un pubblico di adulti e seguono, per valutazioni di merito e conteggi di vendita, circuiti a parte. È un libro sulla disabilità, enunciata fin dal bellissimo titolo: “Vi stupiremo con difetti speciali”.

Nato da un’idea di Luca Trapanese, padre adottivo di una bambina down e già autore di “Nata per te”, il libro, pubblicato da Giunti, è scritto da Patrizia Rinaldi e illustrato da Francesca Assirelli, entrambe napoletane, e riprende la storie di bambini accolti nella napoletana Casa di Matteo, cui vanno anche i proventi delle vendite. Nessun sentimentalismo e tantomeno pietismo, nelle parole della Rinaldi, nessuna distinzione tra “normali” e “non normali”, piuttosto il realismo e la poesia del linguaggio non politically correct dei bambini che, del mondo, sono capaci di cogliere, con stupefatta meraviglia, la più piccola luce. Alba, «bambina down», ama il gatto Giorgio, i vestiti a fiori, «la frutta vera, cioè non quella del vasetto già frullata» e la sua famiglia: «Elle è mio padre. Anche mia madre è Elle. Elle è mio fratello grande e mia sorella piccola. Elle potrebbe essere addirittura un altro gatto, quando di sera io ed Elle ci salutiamo prima di dormire. Ciao, Elle, come stai? Noi due siamo una famiglia bella e fortunata. Noi abbiamo bisogno di noi».

Rifiutata dalla madre, Alba si sente fortunata «perché è arrivato Elle e mi ha voluta. Essere voluti molto forte è una cosa rara. Essere amati tutti interi. Senza prezzo di perfezione. A me è successo». Akin si esprime col corpo: «Non sempre per raccontare uso le parole, perché non le conosco tutte. Tutte quelle che mi servono per spiegarmi proprio bene, dico. Così mi faccio aiutare dai sorrisi, dalle lacrime, dagli abbracci e dal corpo, che non è che funziona proprio bene, ma ho imparato a riconoscere i cambiamenti. Prima non lo sapevo fare, non sapevo distinguere il meglio dal peggio». A dargli un nuovo slancio una sedia a rotelle: «La sedia non era una sedia e basta, era ed è una liana, una motocicletta che sfreccia, un rifugio di libertà. Con un piede mi do la spinta e via! Mi arrampico, volo, mi appendo. Posso andare veloce, posso trovare delle braccia che vogliono proprio me». Huang non ha cervello. Letteralmente.

Non può «sentire, vedere, annusare gli odori, ingoiare da solo, camminare, correre». Non può «capire il resto di niente». A rigor di scienza, non dovrebbe sopravvivere. Invece lo fa e, quando la madre gli racconta una storia, si mette a cantare: «Certo, non modulai la voce in un canto vero e proprio, ma una specie di suono che da lamentoso poteva diventare verde timido. Cantai la canzone che aveva imparato la foglia. Non sempre avevo la forza per ripetere il canto imparato dalla foglia, ma quando invece ce la facevo, mia madre conosceva la felicità che, come si sa, viene una volta sì e cento no». Tre bambini imperfettamente perfetti, che resteranno a lungo nei pensieri di chi legge. Con tutta la loro “scorretta” voglia di vita e la loro giovanissima sapienza: che l’amore «va dove gli pare», ma «torna sempre».