Caro Riformista,
ecco qualche mia considerazione riguardo al problema del calo di lettori di quotidiani e libri, soprattutto in Campania, che Fabio Ciaramelli ha analizzato sulle pagine di questo quotidiano lo scorso sabato. Partiamo dal “grido di dolore” delle edicole, che stanno scomparendo. È questo un dato che contribuisce fortemente al calo dei lettori dei quotidiani. Se la merce non viene continuamente esposta, o addirittura è di difficile reperimento, la domanda, di conseguenza, cala.

Lo so che è vero anche il contrario – l’offerta crolla perché mancano i consumatori – ma cominciamo con il problema della esposizione della merce. Oggi anche le librerie e le cartolerie – eventuali luoghi dove esporre i giornali – sono in calo. Allora perché non pensare a punti vendita alternativi nei supermercati? La gente legge poco ma continua a mangiare – secondo alcuni con ritmi più sostenuti rispetto al passato – e quindi tra l’acquisto di un formaggio o di un pane con le noci, può facilmente inserirsi quello di un quotidiano da cominciare già a sbirciare nella lunga fila di attesa per giungere alla cassa. La difficoltà di reperimento colpisce soprattutto la fascia degli anziani che, per maggiore disponibilità di tempo, sarebbero lettori attenti e fedeli. Se però l’acquisto di un quotidiano diventa un’avventura, in aggiunta a quelle abituali, allora anche questa fascia di utenti andrà sempre più ad assottigliarsi.

Ma veniamo al vero problema: si legge poco, in Campania pochissimo, e, inoltre, si apre sempre più la forbice tra i moltissimi che leggono poco o niente e i lettori voraci. Ho l’impressione che per leggere questo dato non sia sufficiente la solita contrapposizione legata al reddito e al titolo di studio: la famosa classe agiata, a mio avviso, legge poco, così come, in passato, l’aristocrazia napoletana è stata sempre meno colta rispetto a quella di altre città italiane. I giovani laureati, d’altra parte, se sono in carriera, non hanno tempo per leggere perché qui la concorrenza è spietata ed essi non possono neanche per un minuto lasciar cadere il coltello dai denti. La scuola, poi, di ogni ordine e grado – la quale dovrebbe contribuire a restringere il divario sociale – versa in una crisi profonda per cui quasi tutti restano come erano al punto di partenza.

Rimane una fascia intermedia, che potremmo definire piccolo-borghese per estrazione sociale, formata anche da giovani adulti non ancora stabilmente inseriti nel mondo del lavoro, che costituirebbe l’unico vivaio dove si coltiva l’amore per la lettura e l’interesse per la res pubblica. Ma non è sempre facile intercettare gli umori di questa fascia, che oscillano tra una voglia di partecipazione attenta e costruttiva e un disincanto spesso rabbioso. Infine, è curioso notare, per inciso, come, rispetto ai pochissimi che leggono, ce ne siano, in proporzione, molti inclini a scrivere e a parlare di sé, per cui in Campania, e a Napoli soprattutto, c’è una folta schiera di scrittori/scrittrici e anche di aspiranti giornalisti.