Napoli e la street art: un rapporto sempre attuale nella cronaca cittadina grazie al murales realizzato su una facciata del Mercatino e centro sociale di Sant’Anna di Palazzo ed alla mostra da poco conclusasi al PAN su Bansky e la (post) street art. Entrambe le occasioni offerte in città dimostrano in modo significativo l’evoluzione su larga scala che la street art ha subito nel tempo, perdendo i suoi originari connotati: da fenomeno dirompente e di ribellione, oggi questa forma di creatività urbana dialoga con le istituzioni nella direzione dell’affrancamento dal deturpamento e dal vandalismo e, sotto altro aspetto, si allontana dall’idea della strada come museo a cielo aperto e si offre ai musei, tralasciando le zone industriali ed i luoghi in stato di abbandono a suo tempo prediletti.

Già da tempo si è registrato un innovativo impegno istituzionale a sostegno della street art che ha visto coinvolto, sin dal 2009, l’allora Ministero della Gioventù, come soggetto promotore di un bando sulla Valorizzazione della street art e del writing urbano, a sostegno di quei Comuni favorevoli al fenomeno e interessati alla riqualificazione pittorica di aree degradate. Più di recente, nel 2018, è stato lanciato dal Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri Oculus, il primo progetto nazionale rivolto alla formazione di operatori della creatività urbana. Anche nell’esperienza locale il fenomeno ha iniziato ad incanalarsi verso l’ istituzionalizzazione con il Piano di valorizzazione e promozione della creatività urbana, approvato nel 2016 dal Comune di Napoli, per l’utilizzo di superfici pubbliche comunali da parte di creativi, cui ha fatto seguito l’adozione di un vero e proprio disciplinare, recante le procedure di autorizzazione all’utilizzo di superfici di proprietà comunale per la realizzazione di interventi di arte di strada.

Ed in tale solco è stato infatti dipinto il volto di Eleonora Pimentel Fonseca sull’immobile dei Quartieri Spagnoli progettato per essere adibito a mercato rionale e centro sociale, purtroppo precocemente dismesso ed abbandonato dalla proprietà comunale e infine individuato per l’intervento, poi contestato proprio per la superficie scelta.

A tutti gli effetti i cambiamenti registrati dalla street art inducono a parlare di un caso di mutazione genetica che vede trasformato l’intervento spontaneo, talvolta anche vandalico, e spesso illegittimo, in un c.d. “intervento di creatività autorizzato”, soggetto a vincoli e limitazioni imposti dalla specifica disciplina comunale. Il processo evolutivo dell’arte urbana si è compiuto indubbiamente anche rispetto al contesto operativo degli street artists, che non intervengono più solo in strada, ma trasferiscono i loro lavori su tele e stampe, poi esposte nei musei e nelle gallerie ed addirittura vendute all’asta. Ne è un esempio proprio la mostra del Pan che ha raccolto 80 opere, provenienti da collezioni private e da gallerie italiane e straniere, di protagonisti della scena artistica attuale come Bansky, Obey, Mr. Brainwash e Mr. Savethewall.

È pienamente condivisibile, come afferma (almeno in teoria) lo stesso Bansky, che la «street art without street is just art!», proprio perché queste opere non possono e non devono prescindere dalla strada, luogo di elezione e di spontaneità creativa, e della stessa devono restare in balia, anche pagando il pegno dell’obsolescenza o addirittura della loro scomparsa, mantenendosi ugualmente estranee ai meccanismi della committenza e ai contesti ben lontani degli spazi espositivi. Il percorso intrapreso sembra al contrario condurre questa forma artistica decisamente fuori strada.